tassonomia di Bloom TFA

Preselettiva TFA: comprendere la tassonomia di Bloom per orientarsi tra obiettivi e competenze

In occasione delle simulazioni collettive della prova preselettiva che proponiamo per supportarvi nella preparazione, ci soffermiamo su un concetto chiave dell’area delle competenze socio-psico-pedagogiche: la tassonomia degli obiettivi educativi di Bloom, anche alla luce del suo più recente aggiornamento ad opera di Anderson e Krathwohl.

Si tratta di un tema che ricorre frequentemente nei quesiti delle prove, spesso in forma apparentemente semplice, ma che in realtà sottende una precisa idea di apprendimento, progettazione didattica e valutazione.
Per comprendere quanto questo argomento sia effettivamente centrale, basta osservare alcune prove ufficiali. Ad esempio, nella prova preselettiva dell’a.a. 2020/2021 dell’Università di Enna è stato proposto il seguente quesito:

Quali sono gli obiettivi educativi del dominio cognitivo secondo Benjamin Bloom?
 A) Conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi, valutazione
B) Conoscenza, comprensione, digitalizzazione, organizzazione
C) Comprensione, applicazione, flessibilità, risposta, caratterizzazione
 D) Applicazione, analisi, sintesi, valutazione, rigidità
 E) Analisi, sintesi, valutazione, ibridazione

Il quesito richiede di riconoscere gli obiettivi educativi del dominio cognitivo, che – nella formulazione originaria di Bloom – è rappresentata dall’opzione A. Si tratta di una domanda apparentemente nozionistica, ma che presuppone la conoscenza della struttura gerarchica della tassonomia.

Non è un caso isolato: quesiti analoghi, talvolta più articolati, compaiono regolarmente anche in prove più recenti.

Vediamo allora insieme che cosa si intende per tassonomia di Bloom, in che modo è stata aggiornata nel 2001 e perché conoscerla non è utile solo per superare la prova preselettiva, ma anche per sviluppare una didattica più consapevole ed efficace.

La tassonomia di Bloom e la revisione di Anderson e Krathwohl: perché è importante per il TFA

Per chi si prepara al TFA, la tassonomia di Bloom e la sua revisione non rappresentano solo un contenuto teorico da memorizzare, ma uno strumento interpretativo fondamentale.

Molti quesiti, infatti, implicano:

  • il riconoscimento dei livelli cognitivi
  • la distinzione tra competenze di base e competenze complesse
  • la comprensione delle logiche di progettazione didattica

Inoltre, la conoscenza della revisione del 2001 permette di cogliere una visione più aggiornata dell’apprendimento, centrata sui processi e sulla costruzione attiva della conoscenza.

La nascita della tassonomia: un linguaggio per l’educazione

La tassonomia degli obiettivi educativi viene pubblicata nel 1956 da Benjamin Bloom e dai suoi collaboratori con un obiettivo molto preciso: costruire un sistema condiviso per descrivere ciò che gli studenti devono apprendere.

Non si tratta semplicemente di una classificazione teorica, ma di uno strumento operativo pensato per rendere più chiari e confrontabili gli obiettivi didattici. In altre parole, Bloom propone un sistema di classificazione volto a definire in modo preciso e condiviso gli obiettivi educativi degli studenti.

Per farlo, individua nel dominio cognitivo una progressione di abilità che vanno dalle più semplici alle più complesse. La sequenza è nota:

  • conoscenza
  • comprensione
  • applicazione
  • analisi
  • sintesi
  • valutazione

Questa struttura gerarchica implica che le competenze più elevate si costruiscano a partire da quelle di base. Non si può analizzare senza aver compreso, né valutare senza aver analizzato.

Accanto al dominio cognitivo, la tassonomia viene successivamente estesa al dominio affettivo (Bloom, Krathwohl e Masia, 1964) e, in seguito, al dominio psicomotorio, sviluppato da altri studiosi, a indicare che l’apprendimento coinvolge dimensioni più ampie rispetto alla sola sfera intellettuale. Tuttavia, è il dominio cognitivo a diventare il fulcro del modello e della sua applicazione didattica.

Una struttura più complessa di quanto sembri

Nella pratica didattica e nei manuali, la tassonomia viene spesso ridotta a una semplice scala di sei livelli. Questa semplificazione rischia però di far perdere un elemento essenziale del modello originario.

In realtà, ogni livello della tassonomia è articolato in sottocategorie più specifiche, che permettono di descrivere con precisione i comportamenti attesi. Ad esempio, la “conoscenza” non è un blocco unico, ma comprende diversi tipi di sapere: fatti, concetti, principi, metodi.

Questa articolazione rende la tassonomia uno strumento estremamente potente, perché consente di formulare obiettivi in termini osservabili e valutabili. Non basta dire “lo studente conosce”: occorre specificare che cosa conosce e in che modo.

È proprio in questa funzione linguistica e operativa che si trova il contributo più rilevante di Bloom: la possibilità di tradurre l’apprendimento in obiettivi chiari, condivisibili e verificabili.

Il ruolo nella progettazione didattica

La tassonomia si inserisce nell’ambito della pedagogia curricolare, che pone al centro la definizione degli obiettivi come punto di partenza della progettazione. In questo quadro, il modello di Bloom permette di costruire percorsi progressivi, nei quali lo studente passa da competenze elementari a competenze sempre più complesse. Diventa così possibile distinguere tra abilità di base, legate alla memorizzazione e alla comprensione, e abilità superiori, legate all’analisi, alla valutazione e alla produzione.

Questa distinzione è oggi spesso espressa attraverso le categorie di LOTS (Lower Order Thinking Skills) e HOTS (Higher Order Thinking Skills), che rappresentano due livelli qualitativamente diversi di attività cognitiva.

I limiti del modello originario

Nonostante la sua efficacia, la tassonomia di Bloom presenta alcuni limiti che sono emerse con l’evoluzione delle scienze cognitive.

Nel tempo ha suscitato anche alcune critiche e ha dato origine a successive integrazioni e revisioni. Le categorie originarie sono espresse come sostantivi, il che le rende relativamente statiche e poco adatte a descrivere la dinamicità del pensiero.

Un altro limite riguarda la scarsa integrazione con le teorie cognitive più recenti, che mettono in evidenza la complessità dei processi di apprendimento e il ruolo attivo del soggetto.

Queste criticità hanno portato alla necessità di una revisione del modello.

La revisione del 2001: un cambio di prospettiva

Nel 2001 Lorin Anderson e David Krathwohl, allievi di Bloom, propongono una revisione della tassonomia che ne aggiorna l’impianto teorico e ne rafforza l’utilità didattica.

Il primo cambiamento evidente riguarda il passaggio da sostantivi a verbi. Le categorie non sono più “conoscenza” o “comprensione”, ma “ricordare”, “comprendere”, “applicare” e così via. Questo spostamento linguistico riflette una trasformazione più profonda: l’apprendimento viene concepito come un insieme di processi attivi, non come stati mentali statici.

La nuova sequenza diventa quindi:

  • ricordare
  • comprendere
  • applicare
  • analizzare
  • valutare
  • creare

È significativo che il livello più alto sia ora “creare”, a indicare che l’obiettivo più complesso dell’apprendimento non è solo giudicare, ma produrre qualcosa di nuovo.

La vera innovazione: la struttura bidimensionale

Il contributo più importante della revisione non è però la modifica dei livelli, ma l’introduzione di una seconda dimensione: quella della conoscenza.

Accanto ai processi cognitivi, Anderson e Krathwohl distinguono diversi tipi di conoscenza:

  • fattuale (termini, dati)
  • concettuale (teorie, modelli)
  • procedurale (metodi, tecniche)
  • metacognitiva (consapevolezza dei propri processi mentali)

L’apprendimento viene così interpretato come il risultato dell’interazione tra ciò che si conosce e il modo in cui lo si elabora. Da questa interazione nasce una matrice che consente di classificare gli obiettivi in modo molto più preciso rispetto al modello originario.

Ad esempio, non si tratta più solo di “applicare”, ma di “applicare conoscenze procedurali” oppure di “analizzare concetti”. Questo livello di dettaglio rende la tassonomia uno strumento particolarmente efficace per la progettazione didattica.

Dalla classificazione all’allineamento didattico

La struttura della revisione consente di impostare in modo più coerente il rapporto tra obiettivi, attività e valutazione.

Un percorso formativo efficace deve essere costruito in modo tale che:

  • gli obiettivi definiscano chiaramente le competenze da sviluppare
  • le attività siano coerenti con tali obiettivi
  • la valutazione misuri effettivamente quelle competenze

La tassonomia diventa così un dispositivo che guida l’intero processo didattico, evitando disallineamenti tra ciò che si insegna e ciò che si valuta.

A cosa serve conoscere la tassonomia di Bloom in ambito educativo

Conoscere la tassonomia di Bloom può esserci molto utile in ambito educativo, soprattutto quando dobbiamo progettare attività didattiche e percorsi di apprendimento. Questo modello ci aiuta infatti a chiarire un aspetto fondamentale: non basta stabilire che cosa insegnare, ma è essenziale definire che cosa vogliamo che gli studenti sappiano fare con ciò che apprendono.

Per esempio, sapere che esistono diversi livelli di complessità cognitiva – dal ricordare fino al creare – ci permette di costruire attività più mirate. Se vogliamo sviluppare solo la memorizzazione, proporremo esercizi ripetitivi; se invece vogliamo favorire il pensiero critico, dovremo progettare attività che richiedano analisi, confronto, rielaborazione. Questo ci aiuta a evitare una didattica tutta centrata sulla trasmissione di contenuti e a costruire invece esperienze di apprendimento più profonde e significative.

Allo stesso tempo, la tassonomia ci offre uno strumento utile per osservare meglio gli apprendimenti degli studenti. Saper distinguere tra chi sa semplicemente ripetere un’informazione e chi è in grado di applicarla o rielaborarla ci consente di valutare in modo più preciso e di individuare eventuali difficoltà. Ad esempio, uno studente che ricorda correttamente una definizione ma fatica ad applicarla potrebbe aver bisogno di attività diverse, più operative e contestualizzate.

La conoscenza di questo modello, inoltre, ci aiuta a progettare in modo più coerente. Definire chiaramente gli obiettivi fin dall’inizio ci consente di selezionare attività e strumenti di verifica allineati, evitando situazioni in cui si insegna in un modo e si valuta in un altro. In questo senso, la tassonomia diventa una guida per rendere l’intero processo didattico più intenzionale e consapevole.

Infine, avere contezza dei diversi livelli cognitivi ci aiuta anche a evitare alcune pratiche poco efficaci, come proporre sempre e solo esercizi di memorizzazione o aspettarsi prestazioni complesse senza aver costruito adeguatamente le basi. Una progettazione attenta, invece, accompagna gradualmente lo studente verso forme di pensiero sempre più autonome e articolate.

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