Studiare nel rumore
Editoriale di apertura. Di Valeria Crisafulli.
Gli argomenti dell'articolo
Il passaggio più ripido
C’è un momento, nel percorso di uno studente, in cui il terreno cambia di colpo sotto i piedi. Per tredici anni si è studiato dentro un sistema che ogni mattina ti dice cosa fare, quando farlo o entro quando consegnare. Poi, finita la maturità, quel sistema sparisce, e al suo posto arriva una libertà molto più ampia: scegliere una facoltà, prepararsi a una selezione, organizzare il proprio tempo da soli.
Si vive come una liberazione ma porta con sé una certa dose di smarrimento. E quest’anno, per chi punta a Medicina, Odontoiatria o Veterinaria lo smarrimento ha un aggravante in più: a maturità quasi terminata, il decreto di accesso, che comprende le regole del gioco, non è ancora stato pubblicato, lasciando nell’incertezza decine di migliaia di ragazzi e le loro famiglie.
È un passaggio che osservo da venticinque anni per interesse, ma soprattutto per mestiere, e che in questo periodo seguo anche da vicino, in casa, con i miei ragazzi. La fotografia da cui nasce questa rubrica è tutta qui: le regole dell’accesso cambiano in continuazione, e nel salto più ripido – quello tra la scuola e l’università – manca quasi sempre qualcuno che accompagni.
Una lettera, e una risposta che non davo per scontata
Pochi giorni fa ho scritto una lettera aperta al Ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, proprio su questo: sul semestre filtro per l’accesso a Medicina, e sul fatto che decine di migliaia di ragazzi non conoscessero ancora le regole del loro futuro più immediato. A parte questo, cosa ancora più grave, la riforma che istituisce il cosiddetto semestre filtro parte a mio avviso da premesse sbagliate e crea un danno ai ragazzi, per svariate ragioni.
Ho scritto la lettera da due punti di vista che tengo sempre insieme, perché insieme mi danno titolo a parlare: quello di chi si occupa di editoria universitaria e di preparazione alle ammissioni da venticinque anni – e conosce dunque il sistema dall’interno – e quello di madre di due ragazze che ambiscono a studiare Medicina e che hanno già iniziato la loro preparazione, pur non sapendo esattamente su quali basi avverrà. Lo stesso programma d’esame, il cosiddetto syllabus, è noto solo da pochi giorni, essendo stato pubblicato alla vigilia degli esami di maturità; ma ancora oggi, a fine giugno, non si sa quanto dureranno i corsi, quale sarà la composizione dell’esame, quali i criteri di assegnazione del punteggio e altri dettagli fondamentali che consentirebbero ai candidati una preparazione più mirata. Senza contare il carico di ansia da incertezza che questi ragazzi sono costretti a vivere a causa dell’assenza delle regole che determineranno il loro futuro.
Nello scambio auspicavo il ritorno a una selezione nel mese di settembre, poiché la nuova riforma del cosiddetto semestre filtro, nel suo primo anno di attuazione (2025-2026), ha mostrato a mio avviso limiti evidenti. Il più grave: aver lasciato molte migliaia di ragazzi, ad anno accademico iniziato e nell’impossibilità di iscriversi a un altro corso di studi, semplicemente fuori dal sistema universitario – a causa della pubblicazione delle graduatorie di ammissione a gennaio, quando ormai erano chiusi i termini per iscriversi a un altro corso di laurea.
C’è poi un discorso di equità ancora più grave. In presenza di una graduatoria nazionale, i ragazzi vengono valutati – e hanno una qualche possibilità di superare l’accesso – solo in comparazione agli altri concorrenti: si entra cioè in una graduatoria di merito nazionale da cui vengono assegnati posti e sedi. Ebbene, quello che è accaduto il primo anno di attuazione della riforma è che solo pochissimi Atenei sono riusciti a garantire lezioni in presenza, mentre la maggior parte ha ripiegato su turni tra presenza e remoto, e moltissimi hanno erogato corsi esclusivamente a distanza, talvolta con connessioni instabili, talaltra con lezioni preregistrate. Parliamo dunque del peggio che la didattica indica come best practice per l’apprendimento: lezioni frontali, unidirezionali ed esclusivamente trasmissive, prive di interazione con i docenti e con la classe, prive di verifiche in itinere. È lecito presumere che i pochi ad avere la fortuna di frequentare in presenza – potendo così contare su una maggiore concentrazione, ma anche accedere a quella rete di contatti tra pari che ha funzione collaborativa oltre che competitiva – abbiano avuto possibilità maggiori di superare la prova rispetto a chi ha dovuto frequentare da solo, chiuso nella propria stanza davanti a un monitor per otto ore al giorno.
Lo stesso numero, due storie diverse
Nella mia lettera avevo scritto che oltre trentamila ragazzi erano rimasti fuori da Medicina. Il Ministro ha obiettato, dati alla mano, che il numero di chi è davvero “sparito” dal sistema universitario è molto più basso, e che la grande maggioranza di chi aveva partecipato risulta ancora iscritta da qualche parte.
Di fronte a due numeri così distanti, la tentazione è chiedersi quale sia quello giusto. Ma è la domanda sbagliata, perché i due numeri misurano cose diverse. Uno conta chi non è entrato a Medicina; l’altro conta chi non si è iscritto a nulla, da nessuna parte. Sono due metri differenti appoggiati allo stesso fenomeno, e ciascuno illumina una porzione di verità lasciandone un’altra in ombra. Essere ancora rintracciabili nel sistema non equivale a non aver perso nulla: un ragazzo che ha sospeso un altro corso per tentare il semestre, e ha perso sei mesi, è nel sistema (lo era anche prima) – ma quei sei mesi sono vita, non statistica. E quei circa undicimila ragazzi che non sono entrati in un corso affine e non sono tornati al corso di provenienza hanno invece perso un anno intero.
È un dato innegabile, che riporto non per avere ragione, ma perché si tratta dell’approccio mentale che vorrei fosse al centro di questa rubrica: prima di accettare un numero – in un manuale, in un articolo, in un video, in un grafico – conviene fermarsi un attimo e chiedersi che cosa misuri davvero, e quale domanda gli sia stata posta; perché spesso cambiare la domanda cambia la risposta.
Una lezione dal primo giorno di università
Questo modo di guardare i dati non l’ho inventato io: lo devo a un grande maestro.
Il mio primo giorno di università, il professor Dario Antiseri – di cui ho avuto il privilegio di essere allieva – ci consegnò una frase diventata poi la lente con cui guardo le cose:
«non esistono fatti puri che parlino da soli».
Nelle scienze umane (e l’istruzione è una di queste, non un esperimento di laboratorio!) ogni numero è già “carico” di un’ipotesi: qualcuno ha deciso che cosa contare, come contarlo, dove tracciare il confine. Il dato non mente, ma neanche parla da solo: ha sempre bisogno di qualcuno che lo interroghi.
È il filo che terrà insieme tutto ciò che tratterò in questa rubrica. Quando parleremo di come prendere appunti, come ripassare, come memorizzare, come riconoscere una fonte affidabile, in fondo applicheremo sempre quella stessa lezione: non fermarsi alla superficie, interrogare ciò che sembra ovvio, ma anche sperimentare, sperimentare, sperimentare! Come ci insegna il razionalismo critico popperiano, di cui Antiseri è stato la voce più alta in Italia, non esistono teorie vere in assoluto: esistono solo teorie non ancora falsificate.
E questo è proprio il cuore della ricerca e della crescita in ogni contesto: un continuo percorso fatto di prove ed errori.
Quello che manca è un ponte
Torniamo allo studente dell’inizio. Il suo problema non è la scarsità di informazioni – semmai ne ha troppe e confuse. E non è neppure, in fondo, quale sistema di accesso sia il migliore: quella è una decisione che spetta a chi governa, e che starà a chi governa prendere. Un’opinione in merito ce l’ho, l’ho messa per iscritto e la porto nel dibattito, ma resta un contributo alla riflessione, non la pretesa di dettare le scelte di altri. Critico la riforma con nettezza, è vero; ma so bene che la decisione finale spetta ad altri, e il mio mestiere comincia proprio dopo: qualunque sia la regola, accompagnare chi la deve affrontare.
Il problema dello studente è un altro, e viene prima di qualsiasi regola: tra il mondo della scuola e quello dell’università c’è un vuoto, e dentro quel vuoto si è soli. I due mondi si parlano poco. La scuola prepara su un terreno; l’università aspetta su un altro, con regole che cambiano di anno in anno. Nessuno costruisce il ponte tra i due, e così il salto, che dovrebbe essere accompagnato, diventa un balzo al buio in cui chi ha mezzi e relazioni atterra in piedi, e chi non li ha rischia di farsi male.
Ecco la ragione di questa rubrica. A prescindere da quali siano le regole delle selezioni – regole che, purtroppo, cambiano di continuo – proverò, con l’esperienza che mi viene da oltre vent’anni di lavoro e di osservazione dei sistemi scolastici e universitari, e con la lente dei miei studi sulla psicologia dell’apprendimento, sulle metodologie didattiche, sulla motivazione, ad accompagnare chi le deve affrontare. E con loro i genitori, che troppo spesso si sentono “impotenti” davanti alla complessità della scelta, incapaci di interpretare quel ruolo di “guida” e di confronto attraverso cui ogni genitore vorrebbe essere di supporto al proprio figlio.
Le regole cambiano; il bisogno di un ponte resta. Questa rubrica vorrebbe essere una delle sue campate.
Che cos’è «Studiare nel rumore»
Il titolo dice già il programma. Oggi si studia e si sceglie nella condizione opposta a quella di una volta: non manca il materiale, ne abbonda. Schede, video, riassunti infiniti, l’intelligenza artificiale che risponde a qualsiasi domanda in pochi secondi. In mezzo a tutto questo rumore – informazione abbondante, disordinata, non gerarchizzata, non sempre verificata – la difficoltà non è più trovare: è scegliere, ordinare, capire che cosa conta.
Questa rubrica vuole offrire gli strumenti per farlo, su due fronti:
- Il primo è orientarsi nella scelta: capire come funzionano davvero le selezioni, leggere regole che cambiano, sapere che cosa fare se una strada si chiude, ma anche scegliere tra percorsi e prospettive lavorative diversi.
- Il secondo è costruire un metodo: perché una volta scelta la rotta, il salto va retto – come la memoria trattiene e dimentica, quali tecniche di studio funzionano davvero e quali solo sembrano farlo, come pianificare, come ritrovare la concentrazione, come personalizzare lo studio sulla base del proprio stile di apprendimento.
Non vi prometto trucchi né scorciatoie. Vi proporrò strumenti fondati su quello che oltre un secolo di ricerca sull’apprendimento ha effettivamente dimostrato – perché, anche qui, vale la lezione di Antiseri: prove, non opinioni travestite da consigli.
Per chi accompagna. Se siete genitori, docenti, tutor o orientatori, questa rubrica parla anche a voi – anzi, soprattutto a voi, perché il ponte si costruisce in due. Troverete qua e là dei riquadri dedicati. La cosa più utile che potrete portarvi via non è una lista di regole da imporre ai ragazzi, ma una chiave di lettura: capire perché certi gesti che normalmente compiamo – sottolineare, rileggere, accumulare materiale – spesso danno sicurezza ma non risultati, e quali altri, meno comodi e diffusi, funzionano. Capirlo è il primo passo per accompagnare senza ansia.
Da dove si comincia
Se di questo primo articolo dovesse restare una sola cosa, vorrei fosse la frase con cui ho chiuso la mia risposta al Ministro, e che vale per il semestre filtro esattamente come vale per un pomeriggio di studio qualsiasi: le informazioni, e i numeri, sono preziosi proprio quando accettiamo di interrogarli da più punti di vista.
Nell’epoca in cui tutto è disponibile e tutto risponde, la differenza non la fa avere di più: bensì sapere che cosa farne. Questa rubrica nasce per costruire, articolo dopo articolo, esattamente questo: un metodo, una chiave di lettura.
Buona lettura!

