Semestre Filtro e Ammissione ai corsi a numero programmato

Pubblichiamo la risposta del nostro Editore, Valeria Crisafulli, alla lettera del Ministro, On. Sen Anna Maria Bernini apparsa di recente sulla rivista Orizzontescuola.it

Al Ministro dell’Università e della Ricerca, On. Sen. Anna Maria Bernini

Gentile Ministro Bernini,

la ringrazio per la sua risposta. So bene quanto sia raro che un’istanza nata dal basso riceva una replica pubblica e puntuale: lo prendo come un segno di rispetto, e con altrettanto rispetto provo a ricambiarlo. Ritengo che proprio sui numeri che lei richiama, si debba aprire un secondo sguardo. Non un dato contro un altro, ma lo stesso dato letto da un’angolazione diversa.

Mi consenta una premessa. Il mio primo giorno di Università, il Prof. Dario Antiseri, che ho avuto il privilegio e l’onore di avere come maestro, ci ha fornito la chiave di lettura attraverso la quale proseguire non solo gli studi, ma la vita. Da allievo della tradizione del razionalismo critico, Antiseri sosteneva che “non esistono fatti puri che parlino da soli”. Nelle scienze sociali – e l’istruzione è una di queste, non un esperimento di laboratorio – i fatti sono sempre carichi di teoria: ogni numero viene osservato, selezionato e interpretato a partire da una o più ipotesi che lo precedono. Cambiare la domanda significa, spesso, cambiare ciò che il numero racconta. È in questo spirito che le propongo di rileggere insieme le cifre.

Chi conta come «partecipante» — e chi sparisce dal conteggio

Lei definisce “partecipanti” coloro che hanno sostenuto – non superato – almeno un esame, e su questa base costruisce la percentuale di permanenza nel sistema. È una scelta legittima, ma non neutra: è già un’interpretazione. Definendo così l’insieme di riferimento, restano fuori dal radar le diverse migliaia di iscritti che al semestre non hanno sostenuto nemmeno una prova. Non sono un dettaglio statistico: sono circa il 7% degli iscritti, e la loro scomparsa dal conteggio non è un fatto neutro, è una decisione metodologica che migliora il quadro prima ancora di misurarlo.

E qui il punto non è aritmetico, ma pedagogico. Chi conosce il passaggio dalla scuola all’università sa che i primi mesi sono un territorio di smarrimento: si passa da un contesto in cui qualcuno ti dice ogni giorno cosa fare, alla piena libertà – e responsabilità – di organizzarti da solo. Ci vuole tempo per trovare il proprio ritmo. È lecito chiedersi quanti di quei ragazzi, in un contesto in presenza, dentro le dinamiche motivazionali e collaborative di una classe vera, non si sarebbero ritirati prima ancora di mettersi alla prova. Un semestre vissuto in larga parte a distanza – per oggettiva impossibilità degli Atenei di gestire un così

elevato numero di studenti – non offre quella rete relazionale. Escluderli dal computo non corregge il dato: lo addomestica.

«Presenti nel sistema» non significa «non aver perso nulla»

Lei osserva che l’80% di chi ha partecipato risulta oggi presente nel sistema universitario, contro il 14% medio dei vent’anni di test che hanno preceduto. È un confronto suggestivo, ma misura due cose diverse. Il vecchio test fotografava chi entrava a Medicina; il nuovo dato fotografa chi risulta iscritto da qualche parte. Sono metri differenti, e accostarli rischia di far sembrare progresso ciò che in parte è solo un diverso criterio di rilevazione.

Ma soprattutto: “essere rintracciabili nel sistema” non equivale a “non aver perso nulla”: migliaia di quei ragazzi erano già studenti di altri corsi e hanno sospeso un percorso avviato per tentare il semestre. Nella migliore delle ipotesi hanno sostenuto due volte gli stessi esami; nella peggiore hanno perso sei mesi, posticipando la fine degli studi – in un sistema, il nostro, in cui i ragazzi arrivano alla laurea già con un anno di scolarità in più rispetto a molti coetanei europei. Quei sei mesi non sono una questione statistica: sono aritmetica, e sono vita. Il fatto che restino “monitorabili” è un vantaggio per chi osserva, non per chi ha perso il tempo (i ragazzi), né per chi li mantiene (le loro famiglie).

Il «monitoraggio» come merito: un’ipotesi che possiamo capovolgere

Si indica tra i meriti della riforma la possibilità di seguire i ragazzi che prima, bocciati al test, uscivano dal sistema. Ma qui credo si annidi un equivoco di prospettiva. Quei ragazzi non sparivano: una quota si iscriveva ad altri corsi – scienze biologiche, biotecnologie, farmacia, scienze motorie – e una quota riprovava l’anno seguente. Erano, e restano, tutti riconducibili a un codice fiscale. Se “si perdevano”, si perdevano dal monitoraggio del Ministero, per un limite dei sistemi informativi, non dalla realtà. In un’epoca in cui una qualsiasi Business Intelligence può aggregare le anagrafiche di tutti gli Atenei, rilevare flussi e segnalare anomalie, fare di un sistema così complesso lo strumento per “monitorare” gli studenti appare un mezzo sproporzionato per un fine che la tecnologia raggiunge a costi modestissimi. La stessa ipotesi – “così li seguiamo” – letta dal lato dello studente diventa: “per essere visti, dobbiamo attraversare un percorso che a molti costa un anno, a molti altri sei mesi”.

L’equità: la promessa su cui i numeri tacciono

È qui che le scrivo soprattutto come cittadina dispiaciuta, più che come madre preoccupata. La riforma prometteva un accesso più democratico e un alleggerimento del mercato della preparazione privata. I dati di permanenza non dicono nulla su questo, perché non lo misurano. Lo dico da una posizione che me lo consente: anche la mia è una famiglia che può permettersi di investire nella preparazione dei figli. Proprio per questo vedo con chiarezza il meccanismo. Chi può pagare un corso che parte con due o tre anni di anticipo arriva preparato e, soprattutto, arriva con un paracadute: l’ateneo privato che, se la prova pubblica va male, lo riprende riconoscendogli gli esami già sostenuti. Chi quel paracadute non ce l’ha, se non passa, semplicemente perde l’anno.

Un semestre compresso, in larga parte erogato a distanza – in alcune sedi esclusivamente a distanza – non riduce questo divario: lo allarga. In quella forbice non è il merito a fare la differenza, ma la capacità di spesa. È l’esatto opposto di ciò che la riforma si proponeva, e nessuna percentuale di “presenza nel sistema” può dirci se questo sia migliorato o peggiorato, perché è una domanda che a quei numeri non è stata posta.

Una coerenza che manca: il numero programmato come sistema, non come eccezione

C’è poi una questione di equità più ampia, che va oltre Medicina, Odontoiatria e Veterinaria in lingua italiana. Se questo modello è davvero valido, non si comprende perché non sia stato esteso anche ai corsi di laurea in Medicina in lingua inglese o alle professioni sanitarie, le cui selezioni restano a settembre. Convivono così, nello stesso Paese e nello stesso anno, regole e calendari diversi per percorsi affini: una disomogeneità che non aiuta i ragazzi a scegliere, ma alimenta confusione e ansia in chi deve decidere e prepararsi. La coerenza, prima ancora di un valore amministrativo, è un atto di rispetto verso chi quelle regole le subisce.

E poiché ormai quasi tutti i corsi di laurea sono a numero programmato, il problema non riguarda un corso di studi, ma il modo stesso in cui la scuola consegna i suoi diplomati all’università. Mi chiedo allora perché non definire un quadro di competenze comuni – fondato su ciò che la scuola secondaria effettivamente insegna – a cui gli Atenei debbano uniformarsi, invece di lasciare ciascuno libero di costruire il proprio programma di accesso. Sono temi con cui i docenti tutor, gli orientatori e le funzioni strumentali per l’orientamento si confrontano ogni anno, e che sono ben noti a chiunque si occupi di orientamento nelle scuole. Regolamentare in modo più uniforme e trasparente l’intero sistema di accesso ai corsi a numero programmato non è un tecnicismo: è la condizione perché la selezione torni a misurare il merito su una base uguale per tutti.

Una maggiore connessione tra scuola e università, perché l’una accompagni davvero verso l’altra, anziché lasciare i ragazzi soli a colmare il salto.

Un contributo, non una ricetta

La ringrazio dell’invito a incontrarla e a guardare insieme i numeri: lo accolgo con sincera gratitudine. Ma proprio perché credo nel valore delle competenze, sono certa che il Ministero abbia a disposizione persone ben più qualificate di me sul piano pedagogico, didattico ed esperienziale. Il mio non vuole essere il parere di un’esperta, ma il contributo di una cittadina – e di una madre – che da molti anni, ogni giorno, per mestiere, osserva gli effetti delle scelte educative sui ragazzi e sulle famiglie. Un contributo alla riflessione: nulla di più, ma anche nulla di meno.

I numeri sono preziosi proprio quando accettiamo di interrogarli da più punti di vista. È ciò che le chiedo: di interrogarli ancora una volta, dalla prospettiva degli studenti di scuola superiore (non universitari) e delle loro famiglie.

Con stima

Valeria Crisafulli