Rubrica «Studiare nel rumore» — Metodo di studio — a cura di Valeria Crisafulli
Chi si mette a cercare un buon metodo di studio, oggi, non soffre di scarsità. Al contrario, digitando “tecniche di studio” ci si trova davanti a decine di metodi, spesso in apparente contraddizione tra loro: c’è chi sostiene le mappe concettuali e chi le sconsiglia, chi divide il tempo in blocchi da venticinque minuti e chi lavora per sessioni lunghe, chi sottolinea il testo con evidenziatori e chi dice che evidenziare è inutile.
È una situazione che genera una domanda legittima, e un po’ scoraggiata: devo usarle tutte? E se una dice il contrario dell’altra, a chi credo?
La risposta breve è che no, non si possono usare tutte – sarebbe un secondo lavoro a tempo pieno – e non serve farlo. Ma per scegliere bene serve un criterio, e con questo articolo provo a offrirlo. È il motivo per cui, di tutta la rubrica, conviene leggerlo per primo: non spiega una tecnica, spiega come orientarsi tra tutte quelle che verranno.
Gli argomenti dell'articolo
La risposta che darebbero tutti: “ho il mio stile”
Se si chiede a uno studente perché non adotta un certo metodo, probabilmente risponderebbe “perché non mi trovo bene” o “perché mi trovo meglio in un altro modo” che tradotto in termini psico-pedagogici implicherebbe l’esistenza di differenti “stili di apprendimento”. C’è chi si definisce “visivo” e ha bisogno di vedere schemi e colori, chi si dice “uditivo” e impara ascoltando, chi si considera “cinestesico” e deve fare, muoversi, toccare. È il celebre modello VAK – visivo, uditivo, cinestesico – e la sua promessa è seducente: ciascuno avrebbe un canale privilegiato, e imparerebbe meglio se il materiale gli arrivasse in quel canale.
L’idea piace perché sembra rispettare l’individualità di ognuno. È diventata così diffusa da essere data per scontata, ripetuta a scuola, nei corsi, tra genitori. E proprio perché è così radicata, vale la pena fare quello che questa rubrica cerca di fare sempre: fermarsi un momento e chiedersi su quali prove si fonda.
Cosa dice la ricerca
Gli “stili di apprendimento”, nella loro versione più diffusa, sono ciò che i ricercatori chiamano un neuromito: una convinzione sul funzionamento della mente che resiste nonostante le prove le siano contro.
L’affermazione precisa che è stata messa alla prova si chiama ipotesi dell’abbinamento: cioè l’idea che si impari meglio quando il modo di insegnare combacia con il proprio stile. Ebbene, quando questa ipotesi è stata testata con esperimenti rigorosi – insegnando gli stessi contenuti a gruppi diversi, “nel loro stile” oppure no, e misurando i risultati – il vantaggio previsto non è comparso. Non una volta, ma ripetutamente.
Daniel Willingham, tra i più autorevoli studiosi del tema, riassume il consenso degli esperti così: non esiste una base di prove adeguata per portare i test sugli stili di apprendimento all’interno di una pratica educativa.
Non si tratta di una singola ricerca controcorrente. Una celebre rassegna ha contato oltre settanta diversi sistemi di classificazione degli “stili” – un numero che già da solo dovrebbe far sospettare – senza che nessuno di essi abbia mostrato di reggere alla verifica sperimentale. Su questo, che nelle scienze umane è raro, la letteratura è concorde.
Chiariamo bene cosa significa, per non fraintendere: non significa che siamo tutti uguali, o che le differenze tra le persone non esistano. Significa una cosa più precisa: classificarsi come “visivi” o “uditivi” e studiare solo in quel modo non produce l’apprendimento migliore. L’etichetta non aiuta. Anzi, rischia di ingabbiare.
Perché il mito è così difficile da abbandonare
Ma se le prove mancano, perché tutti – insegnanti compresi – continuano a crederci?
La spiegazione più convincente ha un nome che in questa rubrica incontreremo spesso: bias di conferma. Noi le differenze tra gli studenti le vediamo davvero: c’è chi si accende davanti a un grafico e chi preferisce ascoltare una spiegazione. Sono differenze reali, di gusto e di preferenza. L’errore non sta nel notarle, sta nell’attribuirle a uno “stile” fisso che determinerebbe come si impara. Preferire una cosa non vuol dire imparare meglio con quella cosa: mi può piacere studiare ascoltando un podcast, e ciononostante fissare molto di più se poi mi metto alla prova a libro chiuso. Il gradimento e l’efficacia, insomma, non sono la stessa cosa – e le confondiamo continuamente. È lo stesso equivoco per cui rileggere un testo, che è piacevole e scorrevole, ci sembra più utile che interrogarci, che invece è faticoso. Torneremo spesso su questa distinzione, perché è uno dei fili di tutta la rubrica.
Allora come scegliere?
L’intuizione di partenza – non tutte le tecniche funzionano allo stesso modo per tutti – è verissima; solo, la ragione non è quella che si crede.
Le tecniche non rendono in modo uguale per tutti non perché ciascuno abbia un “canale sensoriale”, ma perché dipendono da cose molto più concrete, come ad esempio:
- la materia: memorizzare le ossa del corpo umano, dimostrare un teorema e imparare una lingua straniera sono compiti diversi, che richiedono strumenti diversi. Le flashcard sono potentissime per il lessico e le definizioni, molto meno per capire un ragionamento giuridico complesso. Non è una questione di chi siete: è una questione di cosa state studiando.
- il tipo di compito: preparare un test a crocette non è come preparare un orale o un tema. L’obiettivo cambia, e cambia lo strumento giusto.
- le vostre conoscenze pregresse: una tecnica che funziona su un argomento che già padroneggiate a metà può essere inefficace su qualcosa di completamente nuovo, e viceversa.
Un’immagine per fissarlo: non si impara a piantare un chiodo leggendo un manuale, e non si impara il diritto costituzionale a martellate. Non è che uno sia “manuale” e l’altro “teorico”: è che ogni contenuto chiede lo strumento adatto a sé. Lo stesso studente, nella stessa giornata, userà bene tecniche diverse per materie diverse.
Il criterio giusto: sperimentare e verificare
Serve dunque un metodo per scoprire cosa funziona, invece di presumerlo.
La ricerca ci dice due cose utili:
- esistono alcune tecniche che si sono dimostrate efficaci per la grande maggioranza delle persone, a prescindere dalle presunte inclinazioni – su queste (come la pratica di recupero e lo studio distribuito nel tempo) vale la pena investire, e le vedremo una per una;
- quale tra queste renda di più per voi, su quella materia, in questo momento, non lo si stabilisce a tavolino. Lo si scopre provando.
Il criterio, allora, è questo, e può riassumersi in sperimentare e verificare.
Si prende una tecnica validata, la si usa sul serio per un tempo sufficiente, e si misura il risultato – non la sensazione di aver studiato, ma quanto si ricorda davvero mettendosi alla prova. Se funziona, si tiene. Se non funziona, si cambia. È il metodo con cui procede la scienza: “provo, osservo cosa succede, e conservo ciò che regge alla prova”.
Chi ha letto l’editoriale di apertura di questa rubrica riconoscerà qui la lezione che ne è il filo conduttore: non esistono verità date una volta per tutte, esistono ipotesi che mettiamo alla prova. Il vostro metodo non è qualcosa che avete già, scritto da qualche parte in voi: è qualcosa che costruite, tentativo dopo tentativo.
Come leggere tutti gli articoli che seguiranno
Da qui in avanti, in questa rubrica, troverete molte tecniche: come recuperare ciò che si studia, come distribuire il ripasso nel tempo, come difendere la concentrazione, come non affogare nel materiale: non prendetele come comandamenti da eseguire tutti insieme. Prendetele come un menù di strumenti provati, dal quale sceglierete sperimentando – tenendo ciò che vi dà risultati misurabili e lasciando il resto.
Non cercate il vostro “stile”. Cercate, materia per materia, ciò che funziona per voi. La differenza tra le due cose sembra sottile, ma è la differenza tra credere a qualcosa riferito da altri e affidarsi alle prove di evidenze sperimentate da voi stessi. Ed è, in fondo, tutto ciò che questa rubrica prova a insegnare.
| Per chi accompagna Genitori e insegnanti sono spesso i primi a ragionare per stili: “mio figlio è un tipo visivo”, “questa ragazza è cinestesica”. È un modo affettuoso di riconoscere l’unicità di un ragazzo – ma, senza accorgersene, rischia di mettergli addosso un’etichetta che lo limita (“tanto io con le parole non ci so fare”). La ricerca suggerisce di spostare lo sguardo: non “che stile ha”, ma “quale tecnica, provata sul serio e per un tempo sufficiente, gli dà risultati su questa materia”. È una domanda più utile, e più liberatoria – perché apre possibilità invece di chiuderle. Aiutare un ragazzo a sperimentare, e a misurare con onestà cosa funziona, vale più di qualsiasi test sugli “stili”. |


