Insegnare la complessità. Tracce svolte per il TFA Sostegno Didattico

Dedichiamo questo breve elaborato ad un tema di grande attualità, fornendo solo alcuni spunti su un argomento che potrebbe essere affrontato da molteplici punti di vista: “insegnare la complessità”.

Molte altre possibili tracce d’esame sono contenute nella raccolta: TFA sostegno, tracce svolte per la per la prova scritta.


Questa nuova edizione aggiornata alla sentenza del TAR Lazio n. 9795/2021 di annullamento del Decreto n. 182/2020 e dei suoi allegati (Linee guida, modelli PEI) è completata da materiali didattici, approfondimenti e risorse di studio accessibili online nell’area riservata.
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Traccia

“Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”: prendendo spunto dalle parole di J.J. Rousseau riprese dal sociologo francese Edgar Morin, il candidato spieghi come si rende possibile, oggi, per l’insegnante promuovere la conoscenza e, al contempo, insegnare all’allievo ad affrontare il rischio dell’errore e dell’illusione nella ipercomplessità della realtà attuale.

Svolgimento

Nel tentativo incessante di colmare le mancanze del sistema educativo attuale nella preparazione al vivere, anche quotidiano, l’insegnamento del sapere deve andare di pari passo all’insegnare al vivere affrontando, e non sottraendovisi, il rischio dell’errore e dell’illusione spesso conseguenti agli errori del pensiero, per dirla con Morin, “binario, disgiunto, parziale“. Ecco perché risulta di fondamentale importanza fornire strumenti, principalmente di p

Come sottolineato dalle Indicazioni Nazionali 2012 e ribadito dal più recente documento Nuovi Scenari a cura del Comitato Scientifico Nazionale per le Indicazioni Nazionali per il curricolo “fare scuola” oggi significa “mettere in relazione la complessità di modi radicalmente nuovi di apprendimento con un’opera quotidiana di guida, attenta al metodo e alla ricerca multi-dimensionale. Al contempo significa curare e consolidare le competenze e i saperi di base, che sono irrinunciabili perché sono le fondamenta per l’uso consapevole del sapere diffuso e perché rendono precocemente effettiva ogni possibilità di apprendimento nel corso della vita.” L’integrazione delle discipline per spiegare la complessità della realtà, la costruzione di conoscenze e abilità attraverso l’analisi di problemi e la gestione di situazioni complesse, la cooperazione e l’apprendimento sociale, la sperimentazione, l’indagine, la contestualizzazione nell’esperienza, la laboratorialità, sono tutti fattori imprescindibili per sviluppare competenze, apprendimenti stabili e significativi, dotati di significato e di valore.


Nel tentativo incessante di colmare le mancanze del sistema educativo attuale nella preparazione al vivere, anche quotidiano, l’insegnamento del sapere deve andare di pari passo all’insegnare al vivere affrontando, e non sottraendovisi, il rischio dell’errore e dell’illusione spesso conseguenti agli errori del pensiero, per dirla con Morin, “binario, disgiunto, parziale“.
Ecco perché risulta di fondamentale importanza fornire strumenti, principalmente di pensiero, che consentano di accogliere la complessità insita nel reale, così da poter affrontare le contraddizioni senza eluderle, favorendo in tal modo la piena realizzazione e il completo soddisfacimento di inclinazioni, attitudini e talenti personali.

La riforma del pensiero di Morin

Nel pensiero di Morin, la riforma dell’educazione sottintende la riforma del pensiero, ancor più riforma della stessa vita: necessari appaiono, pertanto, il dialogo, il dibattito e il confronto, non solo con l’altro ma anzitutto con se stessi. Contro ogni pensiero preformato che tenda a ridurre e appiattire un pensiero “complesso”, il filosofo francese esorta, piuttosto, ad accettarne la sfida così da rendere possibili e attuabili percorsi di comprensione, in cui l’altro è percepito come altro da sé, irripetibile e unico pur nel suo essere simile a me.
Riconoscerne e accettarne la peculiare diversità: è questa la proposta di “un’etica del dialogo”, dove il dialogo non è solo tra gli allievi, ma tra i docenti stessi nel tentativo di superamento di ogni incomprensione. La riforma del pensiero formulata da Morin fonda la riforma dell’insegnamento, quest’ultima intesa sia come riforma del soggetto che insegna sia del soggetto che apprende.

Meglio una testa “ben piena” o una testa “ben fatta”?

Se fondamentale appare formare più che in-formare ne consegue che la riforma del pensiero, nell’organizzazione della conoscenza, favorisce il pieno impiego dell’intelligenza nella sua totalità, secondo il principio per cui una testa “ben fatta” è preferibile a una testa “ben piena”. 

La testa “ben piena” è quella in cui “il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”, mentre nella testa “ben fatta” vi è “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi, principi organizzatori che permettono di collegare i saperi e di dare loro senso”.

Dunque, la testa “ben fatta” è in grado di superare la separazione tra le culture e rispondere alle sfide della complessità della vita in ogni suo aspetto. In una prospettiva che vede l’essere umano come soggetto e oggetto della conoscenza, ecco che “conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza e l’errore”.

Il ruolo del docente nell’educazione alla complessità

La sfida dell’ipercomplessità si traduce in sfida culturale, sociologica, civica: contro la dogmatica e “classica” separazione e parcellizzazione dei saperi, che sfocia nella dicotomia tra sapere umanistico e sapere scientifico, bisognerebbe piuttosto sforzarsi di comprendere che tutto è “tenuto insieme”, tutto si connette al tutto, secondo una visione paradigmatica anziché pragmatica.

Apprendere a vivere significa affrontare l’incertezza, l’errore: il pensiero dovrebbe abituarsi a globalizzare informazioni e conoscenze, abbandonando il pensiero chiuso e parcellizzato, nella visione futura di formare cittadini, ora allievi, in grado di affrontare sfide e problemi contestualizzati e propri del loro tempo.

Non esistono risposte già pronte o “preconfezionate”: semplificando e appiattendo la complessità, riducendola unicamente a ciò che è “complicato”, disgiungendo intenzione teorica da intenzione pratica, non sarà possibile render conto della ricchezza della realtà. Calato nella realtà del progetto e fine educativo, l’educatore deve tener sempre presente che non è più possibile o attuabile una parcellizzazione del sapere, trascurando o non riconoscendo, al c

La sfida dell’ipercomplessità si traduce in sfida culturale, sociologica, civica: contro la dogmatica e “classica” separazione e parcellizzazione dei saperi, che sfocia nella dicotomia tra sapere umanistico e sapere scientifico, bisognerebbe piuttosto sforzarsi di comprendere che tutto è “tenuto insieme”, tutto si connette al tutto, secondo una visione paradigmatica anziché pragmatica.

Apprendere a vivere significa affrontare l’incertezza, l’errore: il pensiero dovrebbe abituarsi a globalizzare informazioni e conoscenze, abbandonando il pensiero chiuso e parcellizzato, nella visione futura di formare cittadini, ora allievi, in grado di affrontare sfide e problemi contestualizzati e propri del loro tempo.

Non esistono risposte già pronte o “preconfezionate”: semplificando e appiattendo la complessità, riducendola unicamente a ciò che è “complicato”, disgiungendo intenzione teorica da intenzione pratica, non sarà possibile render conto della ricchezza della realtà.

Calato nella realtà del progetto e fine educativo, l’educatore deve tener sempre presente che non è più possibile o attuabile una parcellizzazione del sapere, trascurando o non riconoscendo, al contrario, le interconnessioni tra le discipline. Ogni conoscenza è e presuppone un progetto di costruzione, un’ermeneutica, un’interpretazione continua, non scevra di ricadute nell’errore e nella disillusione: ma è proprio dall’errore che dovremmo trarre insegnamento, dalla volontà di scoperta, dal risveglio del pensiero e dell’energia mentale, dalla ricerca continua e incessante, dal guizzo e dall’intuizione.

In tale scenario, alla scuola spettano alcune finalità specifiche quali offrire agli studenti occasioni di apprendimento dei saperi e dei linguaggi culturali di base; far sì che gli studenti acquisiscano gli strumenti di pensiero necessari per apprendere a selezionare le informazioni; promuovere negli studenti la capacità di elaborare metodi e categorie che siano in grado di fare da bussola negli itinerari personali; favorire l’autonomia di pensiero degli studenti, orientando la propria didattica alla costruzione di saperi a partire da concreti bisogni formativi.

La scuola deve dunque abituare gli allievi a ragionare in termini di complessità e globalità, educarli alla complessità della realtà mutevole e in continuo divenire. Il processo educativo deve accompagnarsi a un processo metacognitivo di analisi critica di ciò che si è appreso, al fine di poter acquisire abilità e competenze, nel lungo cammino dell’imparare ad imparare per favorire la costruzione di una mente aperta e concentrando, da parte dell’insegnante, l’attenzione non su “cosa” l’allievo apprende, ma su “come” apprende. Ecco, in definitiva, in cosa consiste il ruolo dell’insegnante: formare, costruire e potenziare le capacità che gli alunni useranno domani.
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