Empatia ed educazione, un connubio inscindibile

Pubblicato il 25 Settembre 2017 14:51

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Empatia ed educazione, un connubio inscindibile

La Pedagogia ha sempre avuto, e oggi più che mai ha, una fondamentale responsabilità nei riguardi delle generazioni che apprendono e si formano alla vita. La responsabilità di conoscerle appieno nelle loro caratteristiche sempre diverse e, allo stesso tempo, annodarle con fili morbidi a quelle che le hanno precedute per accoglierne pienamente la cura e l’insegnamento. Perché solo partendo dal presente, senza trascurare il passato recente e remoto, è possibile pensare a un futuro in cui si possa ancora parlare di “umanità” in ogni senso possibile.

Empatia come legame tra generazioni

Conoscere appieno le generazioni oggi protagoniste del processo educativo e formativo che porta alla partecipazione attiva nella società in cui viviamo, significa guardare in profondità sia la generazione che sta crescendo sia quella che di questa crescita è responsabile. Anziani, giovani adulti, giovani in formazione, ragazzi e bambini devono essere tutti al centro dell’attenzione, considerando le particolarità di ciascuno e partendo dagli elementi di continuità.
Le differenze generazionali sono tante, lo sappiamo bene, non a caso spesso si parla di gap generazionale, un termine importato dalle terre oltremanica e oltreoceano per rendere l’idea dello “spazio” e, più precisamente, dello “spazio vuoto” che separa le generazioni, anche quelle più vicine nel tempo. C’è però qualcosa di più forte, che non crea vuoti e che invece genera legami e stabilisce una continuità tra chi è venuto prima e chi dopo, e questo qualcosa è la sfera intima dell’emotività e della sua potenzialità di trasformarsi in una affettività densa di significato, quello che proprio attraverso le nostre emozioni diamo alla vita.

Empatia come condizione essenziale per lo scambio educativo

È questa capacità emotiva – che distingue noi esseri umani da tutte le altre specie viventi – a permetterci di creare delle relazioni con il mondo che ci circonda, a cominciare dai nostri simili. Delle relazioni che contribuiscono a plasmare la nostra mente, creando una identità unica e irripetibile. Solo a partire dalle nostre emozioni possiamo infatti entrare con l’altro in una sintonia emotiva che è l’unica capace di farci sentire quello che l’altro sente e a nostra volta di renderlo partecipe di quello che proviamo. Solo grazie a quelle emozioni possiamo stabilire delle relazioni che siano effettivamente capaci di creare un legame e, da questo, una condivisione che può portare a uno scambio reciproco.
Risulta chiaro allora che in una relazione come quella educativa, in cui il passaggio, la trasmissione devono esserci, perché sono le premesse di ogni apprendimento possibile, la capacità di sintonizzarsi sullo stato emotivo dell’altro, cioè la capacità empatica, diventa fondamentale.

Le relazioni empatiche nel contesto educativo e formativo

le relazioni empatiche nel processo educativo e formativoNon meraviglia dunque che tre pedagogiste come Emiliana Mannese, Elena Visconti e Carla Cirillo, fortemente interessate alla relazione che si crea tra chi educa e chi è educato, abbiano scelto di  dedicare l’ultimo volume della collana di Pedagogia di Edises editore alle Relazioni empatiche nel contesto educativo e formativo.
Leggendo riga dopo riga i saggi con cui le autrici condividono con noi le proprie riflessioni e acquisizioni, risulta immediatamente chiaro che il loro è uno sguardo focalizzato sulla persona, sulle caratteristiche che la rendono una creatura unica e irripetibile, che va considerata, nella società, e prima ancora nella famiglia e nella scuola, nella sua individualità. Si tratta di uno sguardo profondo, assolutamente da imitare in una società che tende alla globalizzazione e alla standardizzazione, uno sguardo da riportare sui volti di tutti noi adulti, ma soprattutto di chi tra noi è impegnato nella formazione dei più giovani.
 
Altrettanto chiaro, dalla lettura di questo volume, diventa che per riuscire a riportare la possibilità di personalizzazione negli attuali contesti educativi e, quindi, principalmente nella nostra scuola, si deve necessariamente passare attraverso la relazione umana tra chi nell’educazione stessa è coinvolto. Si devono “riannodare fili” che si sono spezzati, ascoltare non solo con le orecchie e cercare di usare l’affettività per andare oltre le barriere delle generazioni, degli handicap fisici, delle difficoltà di una scuola che fatica a trovare una propria  identità al passo con tempi in rapido mutamento.
Certo si tratta di un lavoro non facile da portare avanti, ma, come le autrici ci dimostrano, possiamo cominciare attribuendo alle nostre emozioni il ruolo centrale che ormai le neuroscienze riconoscono loro nella formazione della nostra personalità. È una esigenza sentita da tanti ormai, e più che mai da coloro che sono tra banchi e cattedre, come ci dimostra la ricerca condotta da Elena Visconti che conclude il volume, con cui più di cento insegnanti ci raccontano della loro idea e della loro esigenza di empatia per rendere l’apprendimento un piacere, oltre che un dovere.
Sfoglia un’anteprima del volume

Di più sull’autore

Francesca de Robertis

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione.

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