Come diventare puericultrice: guida pratica

La puericultura è una branca della pediatria alla cui base vi sono numerose e diverse discipline quali l’anatomia, la fisiologia, l’igiene, la genetica, la dietologia, la psicologia medica, la sociologia, nonché quelle scienze che si occupano dei vari stadi dello sviluppo infantile – prenatale, natale, postnatale, prima infanzia – cosicché ogni puericultrice può specializzarsi in uno ambito preciso e definito.

La puericultrice è un’operatrice socio-sanitaria alla quale è affidato un ruolo importante e delicato, proprio perché si occupa dei bambini sani nella fase più complessa della loro crescita, quella che va da 0 a 6 anni. Il suo compito principale e caratterizzante è prendersi cura del piccolo dal punto di vista psicologico, motorio e ludico, seguendolo nel suo percorso di crescita, ma la sua attività si rivolge anche ai genitori ai quali assicura sostegno e supporto di fronte alle eventuali difficoltà che possono presentarsi nella gestione dei primi mesi di vita dei figli.

Si può più precisamente dire che la puericultrice fa da collante, da anello di congiunzione tra bimbo e genitori, fornendo le informazioni e gli insegnamenti utili per crescere il neonato in maniera serena ed equilibrata, tutelandone il benessere e spiegando, ad esempio, le modalità per interpretarne il pianto, per stabilire il giusto rapporto tra veglia e sonno e per affrontare le differenti fasi della sua crescita.

Diventare puericultrice: il percorso formativo

Il percorso formativo per diventare puericultrice prevede l’acquisizione di competenze specifiche ottenibili attraverso un ciclo di studi al termine del quale si consegue la qualifica di puericultrice. A tal scopo è necessario frequentare una scuola di formazione o corsi della durata di un anno (320 ore) e poi sostenere l’esame di Stato dinanzi ad una commissione ministeriale.

Va detto che in Italia la figura della puericultrice, pur avendo una lunga storia alle spalle, non ha avuto ancora, per certi versi, un riconoscimento pieno e professionalizzante diversamente da altri Paesi europei, come la Francia o le nazioni del nord Europa, nelle quali si è provveduto ad istituire dei corsi triennali e quinquennali paragonabili alle nostre lauree di primo e secondo livello, atti a formare la figura di puericultrice e il suo relativo profilo professionale.

Pur non prevedendo un percorso formativo di tipo universitario (non esiste una laurea specifica in Puericultura), le scuole di formazione e i corsi riconosciuti in Puericultura mirano, tuttavia, a fornire le basi conoscitive fondamentali per esercitare la professione: ad una prima fase di lezioni teoriche, impartite da un corpo docenti formato da medici ed educatori, si va ad integrare una seconda e sostanziale fase che prevede la pratica nei laboratori. Tra le discipline di studio figurano: fisiologia, neonatologia, assistenza infermieristica, auxologia, alimentazione dietetica infantile, patologia pediatrica, profilassi di varie affezioni, elementi di legislazione sanitaria e dell’assistenza sociale.

La seconda parte della formazione è dedicata, quindi, in buona parte allo svolgimento del tirocinio pratico presso asili nido o reparti di maternità di cliniche e ospedali o altre strutture convenzionate. Al termine del percorso di studi viene rilasciato un diploma, riconosciuto dal Ministero della Salute, valido per l’esercizio della professione, generalmente nel settore socio-sanitario con specializzazione nell’assistenza all’infanzia, e che permette altresì la partecipazione ai concorsi pubblici.

Gli ambiti di competenza. Di cosa si occupa la puericultrice?

Dal punto di vista socio-sanitario, la puericultrice è una figura che si occupa dell’assistenza dei bambini sani dalla loro nascita fino al compimento dei 6 anni, sotto l’aspetto psicologico, motorio e ludico. Effettua i primi esami medici, valuta le diete alimentari, si occupa dell’igiene del bambino, segue le neo-mamme nell’allattamento e nei primi bagnetti (insegnando alla mamma come lavare correttamente il bambino), insegna loro come tenerlo in braccio.

Assiste e supporta emotivamente, psicologicamente ma anche concretamente la giovane mamma in difficoltà o a disagio, ad esempio, davanti a un pianto incessante del bebé, insegnandole a decifrare i messaggi che si nascondono dietro il pianto. Se è il caso, può effettuare prelievi e medicazioni. È, inoltre, autorizzata ad agire in casi di urgenza, a segnalare alla figura professionale competente un comportamento che reputa anomalo o che fa presagire un presunto maltrattamento del bambino. Ma il suo operato si rivela fondamentale anche in presenza di problemi inerenti lo sviluppo psichico o psicologico del piccolo, grazie alle conoscenze acquisite in ambito di psicologia infantile, spesso collaborando nell’ambito di un progetto educativo pludisciplinare.

Oltre alla perfetta conoscenza e padronanza, come detto, di discipline quali psicologia, pedagogia, pediatria, anatomia, fisiologia, puericultura, igiene del bambino e dell’ambiente, ostetricia, assistenza sociale, scienza dell’alimentazione, tecnica assistenziale, etica professionale, la puericultrice deve possedere buone capacità comunicative e interpersonali dovendo, nella pratica quotidiana, gestire relazioni con più soggetti: bambini, genitori, operatori sanitari e sociali.

Deve, inoltre, dimostrare un’adeguata conoscenza del linguaggio verbale, corporeo, figurativo, delle tappe evolutive del bambino e del suo sviluppo socio-psicologico, delle funzioni dell’asilo nido, delle diverse attività ludico-motorie. Fondamentale per questa figura è possedere buone capacità manuali, soprattutto quando opera in campo sanitario e negli asili nido.

Più nello specifico, la puericultrice si occupa di:

  • fornire assistenza e sostegno alla mamma e al neonato nelle prime settimane di vita, promuovendo il corretto adempimento delle pratiche quotidiane quali l’allattamento al seno e il bagnetto, ma deve essere anche in grado di aiutare l’intero nucleo familiare a costruire e mantenere il migliore assetto interrelazionale per il benessere di tutti
  • offrire supporto emotivo dinanzi alla nuova situazione di vita familiare
  • promuovere la salute di mamma e bambino identificando eventuali condizioni di disagio che necessitano di interventi mirati dal punto di vista medico, psicologico o sociale
  • seguire le varie tappe dello sviluppo del bambino, da quello motorio a quello del linguaggio, fino alla socializzazione all’ingresso dell’asilo nido, e così via.

Quando impiegata presso strutture scolastiche, come l’asilo nido, la puericultrice si occuperà, inoltre, della gestione delle attività didattiche, così da favorire il corretto sviluppo cognitivo e relazionale del bambino. Ciò è possibile grazie alle sue conoscenze e competenze nell’ambito della psicopedagogia acquisite durante il percorso formativo che consentono a questa figura di creare attività che permettano al bambino, in base alle diverse fasce d’età, di manifestare e far venire in luce attitudini e abilità.

Per far ciò, la puericultrice si avvale spesso, ad esempio, di attività didattiche basate sulla manualità o sulla musica: le prime consentono al bambino di sviluppare qualità come la pazienza, la perseveranza, la precisione, l’attenzione, l’immaginazione. Le attività legate alla musica favoriscono, invece, le capacità espressive del bambino dalle quali derivano di conseguenza la capacità di socializzazione, di coordinamento motorio, i comportamenti logico-creativi.

Il riferimento normativo della puericultrice

La puericultrice è una figura riconosciuta dal Ministero della Salute in base al riferimento normativo risalente alla legge n. 1098 del 19 luglio 1940. Nel Sistema Sanitario Nazionale rientra tra le “Arti ausiliarie delle professioni sanitarie”.

La legge n. 42 del 26 febbraio 1999 ha rappresentato un punto di svolta per la giusta valorizzazione delle Professioni Sanitarie, riconoscendo autonomia e responsabilità negli ambiti lavorativi. A seguito dell’Accordo della Conferenza Stato Regioni, sottoscritto il 16 dicembre 2004, sul riconoscimento dell’Equivalenza,nato proprio dalla necessità di concludere la completa applicazione dell’art. 4 della legge succitata, si è inteso riconoscere alla puericultrice, che non era stata originariamente presa in considerazione, l’opportunità dell’equivalenza del titolo, così come già accaduto e in vigore in altri Paesi europei.

L’Accordo ha fissato il punteggio per il riconoscimento dell’equivalenza e i punti sono stati ritenuti ottenibili con i titoli di studio riconosciuti e con un’adeguata e comprovata esperienza lavorativa.
Ha fatto seguito, poi, il disegno di legge n. 1483 presentato al Senato che inserisce la puericultrice in un contesto adeguato professionalmente alla richiesta di formazione e di qualità; il disegno di legge autorizza l’istituzione di istituti tecnici sanitari per il rilascio della licenza di abilitazione all’esercizio delle professioni sanitarie di infermiere specializzato in puericultura operante anche sul territorio. In esso si legge:

Con il presente disegno di legge s’intende dare attuazione all’articolo 4 della legge 26 febbraio 1999, n. 42, in materia di professioni infermieristiche, con la riqualificazione professionale degli infermieri generici, degli infermieri psichiatrici e delle puericultrici.
Il provvedimento prevede il riconoscimento dell’equivalenza del titolo di tali figure a quello degli infermieri professionali, nei termini previsti dalla citata legge n. 42 del 1999 a seguito del conseguimento di un corso formativo finalizzato ad accrescere il livello professionale teorico e pratico in virtù dell’esperienza acquisita nel corso degli anni.

Queste categorie di lavoratori, appositamente preparati dal Servizio sanitario nazionale (SSN) con brevi corsi regionali e con il rilascio di un attestato abilitante a svolgere mansioni di assistenza sanitaria di base, svolgono la loro attività negli ospedali e sul territorio acquisendo esperienza e competenza ma non hanno alcuna collocazione nel sistema del SSN.

Tale riqualificazione consente (…) di poter raggiungere un più elevato livello di qualifica riconoscendo il loro attestato a quello del vecchio infermiere professionale di formazione regionale (…). Occorre sottolineare che il riconoscimento professionale di questi operatori costituisce una condizione indispensabile per rendere l’offerta delle prestazioni del SSN più adeguata alle esigenze dei cittadini (…) Il disegno di legge prevede, nel dettaglio, che:

  • a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge le Regioni provvedano alla riqualificazione professionale di coloro che siano in possesso del titolo di infermiere generico, infermiere psichiatrico puericultrice;
  • il riconoscimento dell’equivalenza sia stabilito secondo quanto previsto dall’articolo 4, comma 2, della legge 26 febbraio 1999, n. 42 (…). A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, le Regioni provvedono a definire i criteri e le modalità per riconoscere l’equivalenza, ai sensi dell’articolo 4, comma 2, della legge 26 febbraio 1999 n. 42, dei titoli di coloro che sono in possesso dell’abilitazione di infermiere generico, di infermiere psichiatrico con un anno o due anni di formazione e di puericultrice, ai fini dell’ammissione all’inquadramento della figura di infermiere con fascia economica D. (…)”.

Dove lavora una puericultrice?

La puericultrice generalmente trova impiego presso strutture del Servizio Sanitario Nazionale o strutture private. Più precisamente:

  • nelle cliniche ostetriche
  • nei reparti pediatrici di ospedali pubblici e privati
  • nelle case di cura
  • nelle ASL
  • nei servizi ambulatoriali e consultoriali
  • negli asili nido
  • in scuole materne
  • in istituti di recupero per bambini
  • negli Enti locali
  • in cooperative sociali che si occupano di minori

Negli ospedali e nelle cliniche è abilitata, come detto precedentemente, ad agire in casi di urgenze, prestando servizio anche in reparti di pediatria, chirurgia infantile, neonatologia, e lavorando in sinergia con altre figure professionali quali il medico, la caposala, gli assistenti sociali, gli educatori, gli infermieri. Si occupa, inoltre, come detto, dell’assistenza a domicilio alle neo mamme, svolgendo in questo caso la sua attività professionale in regime libero, previa apertura di partita IVA.

Infine, una puericultrice può anche aprire un proprio asilo-famiglia, e in tal caso deve rifarsi e attenersi alle disposizioni della legislazione regionale in merito.

L’accesso nel Servizio Sanitario Nazionale e in altri Enti pubblici è sottoposto al superamento di un concorso pubblico.

Concorsi pubblici per puericultrici: requisiti di ammissione

Per poter partecipare al concorso, è essenziale essere in possesso dei requisiti generali per l’accesso ai concorsi pubblici e dei seguenti requisiti specifici:

  • diploma di istruzione secondaria di primo grado
  • licenza di abilitazione all’esercizio dell’arte ausiliaria delle professioni sanitarie di puericultrice ovvero diploma di cui al r.d. 19 luglio 1940, n. 1098, o di cui al d.m.s. 21 ottobre 1991, n. 458, art. 6, comma 2

Tali requisiti devono essere posseduti alla data di scadenza del bando di concorso.

Concorsi per puericultrici: le prove d’esame

Il concorso consiste in una prova pratica e una prova orale. Più nello specifico:

  • Prova pratica: consiste nell’esecuzione di tecniche specifiche connesse alla qualificazione professionale richiesta, ad esempio la somministrazione di una pratica assistenziale su un bambino sano.
  • Prova orale: verte sulle materie inerenti il profilo nonché sui compiti connessi alla funzione da ricoprire. Il colloquio è volto a verificare le competenze specifiche delle mansioni di Puericultrice.

In generale, tra le materie di esame sono spesso previste le seguenti: cure igieniche del neonato sano, gestione e cura del cordone ombelicale, la prima poppata, la promozione dell’allattamento al seno, la relazione madre-neonato-puericultrice, aspetti normativi dell’attività di puericultrice.

Esempi di tracce ufficiali dei concorsi per puericultrici

Concludiamo fornendo qualche esempio di tracce ufficiali d’esame dei concorsi per puericultrici.

Esempi di quesiti per la prova orale

  1. Uno dei comportamenti tipici dei bambini tra 9 e 12 mesi è il pointing. In cosa consiste?
  2. La presenza e la successiva scomparsa dei riflessi neonatali di cosa sono indicatori?
  3. Di quante calorie giornaliere necessita un ambino di 3 anni?
  4. La rosolia è particolarmente pericolosa:
    a) nei primi 3 mesi di gravidanza
    b) per tutta la gravidanza
    c) nei primi 6 mesi di vita del bambino

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