Una provocazione alla scuola o una provocazione dalla Scuola?

Sono una docente, parola che di questi tempi fa rima con ‘niente’, e siccome in quanto docente ho tanto tempo da perdere, scrivo anche poesie, dunque scelgo questo incipit.
Sempre perché non ho nulla da fare nel tempo libero oltre le diciotto ore lavorative settimanali (infatti insegno lingua e letteratura francese nella scuola superiore), sto seguendo il dibattito scaturito da alcune battute infelici del Ministro Profumo e dall’ennesima provocazione rivolta alla scuola riguardo “le sei ore di lavoro in più per chi sta in cattedra” (cfr. Enrica Simonetti, Gazzetta del Mezzogiorno del 15/10/2012).

Poiché sto spesso ferma su di una sedia a preparare lezioni (meglio se in Powerpoint per i ragazzi di oggi!), correggere compiti, riportare voti ed argomenti sul registro elettronico, scrivere verbali, redigere programmazioni diverse in base al numero di classi e indirizzi che abbiamo, elaborare prove strutturate (così prepariamo meglio gli studenti alla vita che è diventata tutto un quiz, anzi un test a scelta multipla), seguire corsi di aggiornamento online per diventare una docente sempre più competente (ahi! di nuovo la rima), ho deciso oggi di concedermi una pausa, di fare una digressione, alla Tristram Shandy, mossa dalla lettura dell’articolo “Ricomincia in cattedra la revisione della spesa” di Enrica Simonetti che ho citato sopra.
Articolo che lascia trasparire l’empatia dell’autrice verso la “classe” (dovremmo andare a rivedere il film di Laurent Cantet La classe entre les murs) intesa non solo come luogo fisico ma come gruppo-classe, comunità dove ogni giorno i nostri figli trascorrono parte delle loro esistenze, ma anche simpatia verso la classe docente.

Ciò che ho maggiormente apprezzato del suo articolo, che passa dalle statistiche ai dati inquietanti, dagli ultimi film (Il rosso e il blu, ancora nelle sale) alle considerazioni sull’invisibile écart tra finzione e realtà, è la centralità data alla parola scuola; cito: “una delle istituzioni pensate per migliorare il mondo, la Scuola”. È proprio la ripresa di questa lettera maiuscola che stimola la mia fantasia, mette in moto la mia scrittura e legittima in un certo senso il semplice lavoro che ho “scelto” di fare pensando, come Montaigne, che “Insegnare non è riempire un vaso ma è accendere un fuoco”.

Purtroppo sono una di quelle che ancora credono che insegnare sia una missione (pardon! una mission,ho di recente fallito al concorso per Dirigenti) e che non dobbiamo aspettarci miracoli o aumenti in busta paga.

Bisogna andare nei mondi con la giusta attrezzatura, scrive Paola Mastrocola (Togliamo il disturbo, saggio sulla libertà di non studiare, Guanda, 2011) questo i docenti lo sanno. Alcuni, o forse molti, sanno di vivere sulla propria pelle quella solitudine al servizio di una comunità (Camus, discorso per il Nobel 1957), ma si ribellano, si indignano, re-agiscono se qualcuno infanga, toglie senso, anzi strappa via il “senso” di questa professione unica in cui solo se si dà si può poi ricevere. Come in un’orchestra che vuole essere rispettata, il nostro lavoro, quando è ben “eseguito” merita rispetto, e, come l’orchestra, accetta di essere “diretta” solo se chi dirige protegge ed esalta il lavoro di coloro che “eseguono”.

Ciò che ri-paga il nostro misero ma affascinante mestiere è il Profumo degli studenti, le loro voci, le loro vite, le loro storie – scritte o narrate – i loro cuori, i loro colori, la loro crescita, il ritrovarli prima o poi (anche senza Facebook) con altri volti e capire che qualcosa si è loro in-segnato, ha lasciato un segno, o per riprendere la metafora dell’orchestra: ha contribuito e non impoverito la musica del mondo.

Roberta Monaco
(I.T.E. e Liceo Linguistico Statale “Giulio Cesare” Bari)

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