Sono tutti contro di me: è una classe terribile

Bullismo: quando la vittima è il docente

Quando inizia un nuovo ciclo scolastico, i docenti con trepidazione attendono di conoscere i nuovi allievi, sperando che essi siano ragazzi svegli, desiderosi di apprendere ed educati.

Proprio come un genitore che attende un figlio, il docente nella fase di “gestazione”, immagina il suo allievo ideale, la sua classe ideale e proietta su questa immagine tutti i suoi desideri. Come per un genitore il figlio ideale non esiste, allo stesso modo la classe ideale e l’allievo ideale non esistono, se non nelle favole.

Quando, dopo pochi giorni di scuola, ci si rende conto che il desiderio non corrisponde a realtà, si vive una fase di disillusione e talora anche di rabbia. Le aspettative sono state deluse.

Molti anni fa ciò non sarebbe potuto accadere. La scuola era diversa, non perché si studiasse di più o di meno, o perché i docenti fossero più severi. Erano differenti le dinamiche relazionali tra allievi e docenti e, conseguentemente anche tra genitori e docenti. Se torniamo indietro nel tempo, ci rendiamo conto che ciò che è radicalmente diverso, sono le aspettative.

I ragazzi si aspettano un docente amabile e comprensivo che li capisca, li ascolti, gli voglia quasi bene.

I docenti invece sono sempre meno capaci di attese positive, sperano certo di trovare una buona classe, ma non hanno a volte fiducia in questa generazione, che considerano spesso poco educata e poco incline ad apprendere, dedita a passatempi superficiali, in poche parole senza valori. È facile capire come queste rispettive attese si traducano in un atteggiamento di delusione da parte dei ragazzi e di scoraggiamento da parte del docente.

Quando si verifica ciò, per fortuna non in tutti i casi, vige il principio “l’unione fa la forza” e si attiva un atteggiamento compatto da parte degli allievi a danno del docente. Il docente percepisce con facilità elementi di ostilità da parte dei suoi allievi, poiché essi adottano comportamenti poco consoni al contesto scolastico.

Non manifestano interesse per quanto gli viene insegnato e, nel peggiore dei casi, sono volutamente provocatori. Non di rado alcuni rispondono in modo poco educato e aggressivo, quasi si trovassero davanti un compagno di classe o un fratello minore.

Sono tutti contro di me: da dove nasce un docente demotivato

Il riconoscimento del ruolo è, in questo caso, totalmente assente. A nulla servono i richiami disciplinari, che fioccano giornalmente come neve al sole. La rabbia del docente sale in modo proporzionale al comportamento non consono degli allievi.

Avremo pertanto un docente arrabbiato e depresso e allievi indisciplinati e anarchici. Il docente che sperimenta questa spiacevole esperienza, maturerà anche una buona dose di demotivazione, sentendosi poco apprezzato dagli allievi.

In effetti di situazioni così nella scuola italiana ce ne sono tantissime e la scuola chiede ai docenti sempre di più in termini di competenze. Quasi fosse un soldato pronto per andare al fronte, gli si chiede di avere competenze nel proprio settore disciplinare, capacità relazionale e umana, capacità nella gestione dei gruppi e competenze nella didattica trasversale. In più deve essere un buon valutatore, preciso e corretto nei giudizi alla stregua di un computer. Dalla sua funzione educativa dipende l’equilibrio psicologico del singolo e la capacità di crescita del gruppo classe.

Gli si ricorda inoltre che un trauma relazionale in questa fase della crescita è fatale per i ragazzi e che la responsabilità della strutturazione psichica del ragazzo è tutta sua. Anche ad una lettura superficiale emerge come questi compiti, così elencati, possano fare paura al migliore dei docenti, e possano mettere in ansia chi si trova a dover gestire questa generazione di adolescenti.

Il Divario generazionale nel rapporto allievo insegnante

Il divario generazionale è più importante che in passato. Questa generazione ha maturato competenze che lo stesso docente non ha, ed è in grado di usare gli strumenti multimediali con una estrema facilità. I problemi poi che essi affrontano nella “crisi adolescenziale” sono certamente diversi che nel passato.

Non più semplici problemi d’amore, ma crisi di identità, sessualità precoce, autolesionismo, depressione, disturbi alimentari vecchi e nuovi. Di fronte a tutto questo i più aperti e disponibili si pongono in posizione di ascolto con i loro allievi, gli altri invece si trincerano dietro la didattica più strutturata e le interrogazioni a catena.

Il rischio burnout per i docenti e il modello finlandese

L’insegnante, forse anche per tutto questo, è riconosciuta come una delle professioni a più alto rischio di burnout. In Finlandia, dove sono all’avanguardia nella politica scolastica, questo problema lo hanno identificato bene.

Il sistema scolastico prevede lezioni di 45 minuti intervallate da una pausa di 15 minuti, e tutto è improntato alla wellness policy, cioè la filosofia dello star bene a scuola. Nella sala docenti c’è addirittura un angolo relax, in modo da favorire la comunicazione tra colleghi nelle pause. Quali sono i segreti di un modello che persino Dubai vuole adottare nelle sue scuole?

In primo luogo il consenso sociale ai docenti, quindi una notevole professionalità degli stessi, una marcata attenzione a verificare segnali di disagio e porvi rimedio e, se possibile, prevenirli con azioni strutturali e con una maggiore attenzione ambientale. I finlandesi quindi sono resilienti, ovvero maturano capacità di resistere agli eventi stressanti della vita.

I fattori di stress dei docenti italiani

Tornando a noi italiani, siamo per lo più stressati perché abbiamo contesti ambientali (scuole) con disfunzioni architettoniche, in cui si sentono rumori provenire dall’esterno che interferiscono con l’attenzione dell’allievo e la concentrazione del docente, perché i ragazzi vogliono attenzione selettiva, unica, come esistesse solo un allievo e non in media 30 per classe.

L’insegnante inoltre lamenta il dover seguire programmi ministeriali ferrei e vincolanti. Questo rende frustrati docenti che vorrebbero esprimersi con una didattica più simile a quella dei paesi europei o addirittura sperimentale.

Molti docenti lamentano anche l’atteggiamento aggressivo degli allievi, la mancanza di rispetto, le critiche alla didattica, che impongono un dispendio di energie costante per ristabilire un equilibrio, costantemente minacciato. Il rapporto con i colleghi è un ulteriore elemento di criticità.

Il rapporto poi con i genitori è spesso conflittuale. Genitori alla difesa dei figli, come avessero costituito un sindacato dei minori, mettono spesso in ombra il ruolo del docente. Se un docente è stressato si comporterà in modo conseguente, adattandosi psicologicamente allo stress, con un atteggiamento di distacco emotivo e fisico.

Spesso pertanto sentimenti negativi nei confronti dei ragazzi possono nascondere un problema diverso. Non si vuole dire che l’atteggiamento dei ragazzi non sia negativo come lo percepisce il docente, ma spesso si tratta di una dinamica più ampia, in cui c’è comunque un disagio anche nel docente, che perde la sua funzione di guida.

I ragazzi, contrariamente a quanto si pensa, non temono la severità, ma l’incoerenza, l’incongruenza. Un docente che sente sentimenti negativi verso la classe, avrà un atteggiamento improntato alla rigidità dei protocolli, investirà meno nella didattica, potrebbe anche maturare un atteggiamento assenteista. Tutti questi elemento sono campanelli di allarme.

Qual è la soluzione?

Cosa può fare un docente che si rivede in questa descrizione? Sicuramente chiedere aiuto, poiché a volte basta cambiare strategia, osservare il problema dalla giusta dimensione, per poterlo risolvere radicalmente.

Lo stress da lavoro non deve essere considerato una vergogna, ma una conseguenza naturale del lavoro del docente, come di tutti quei lavori in cui è implicata la relazione di aiuto. In altri paesi lo hanno saputo affrontare attraverso una politica scolastica improntata al benessere, ma non è necessario aspettare che il nostro sistema scolastico si adegui.

Possiamo fare il primo passo accettando il problema e provando a muoverci dalla posizione di stallo nella quale ci troviamo. Le metafore possono esserci di aiuto. Se, ad esempio, mi vedo come un soldato che si arma per andare al fronte, come nell’esempio precedente, forse mi sto dicendo che vedo la classe come un campo minato, un paese nemico. In questo senso non potrò trovare strategie efficaci, se non modificherò questo schema mentale.

È curiosa la dinamica delle immagini mentali. Molti docenti sono inconsapevoli del modo con cui vedono i propri allievi. Un docente è arrivato a dirmi, durante un corso di formazione, che vedeva gli allievi come animaletti selvaggi. Lascio a chi legge il poter immaginare come questo ledesse la sua relazione con la classe.

Per essere un buon docente non è necessario essere John Keating, il famoso docente del film “L’attimo fuggente”. Basta essere un docente che riesca ad aver chiaro il proprio ruolo e ne accetti la complessità senza farsi schiacciare dalle aspettative.

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Di più sull'autore

Presidente dell'As.Si.P.S, Associazione Siciliana di Psicologia Scolastica, collabora con Istituti Scolastici per la progettazione e gestione di "Sportelli di psicologia scolastica e Orientamento".

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