Occhicielo continua il suo viaggio nell’educazione emotiva

Vi racconto come si è generata l’onda di emozioni da cui è nato A volte mi sento...

È passato quasi un anno, ma tutto ha avuto inizio da una newsletter. Quella che mi è arrivata dalla Librambini, una splendida libreria per ragazzi a due passi da casa mia. Si trattava di un invito a un corso. Ne avevo ricevuti altri del genere, ma, quando ho letto “imparare a realizzare libri tattili”, ho subito telefonato per iscrivermi e il sabato mattina successivo ero insieme ad altri partecipanti entusiasti come me, tutti pronti a idearne uno con i più diversi materiali.

Ho scoperto che con la fantasia e un bel po’ di abilità manuale si possono fare delle cose davvero straordinarie. Ma mi è subito stato chiaro che non avrei realizzato un mio libro tattile, almeno a breve, per due importanti ragioni: la prima è che per farne uno degno di tal nome bisogna avere una certa familiarità con ago e filo – e io proprio non ce l’ho – la seconda è che il ritrovarmi lì, a progettare un libro da “costruire”, mi ha subito immerso nella mia fantasia. E quando mi inoltro nell’immaginazione, nella creatività, quelle che a me vengono in mente sono innanzitutto parole.

Così, ho posato ago, filo, forbici e colla e ho impugnato uno strumento che mi è sempre stato più congeniale, la mia bella penna. Ne ho sempre una in borsa, proprio come mia madre, o come mio padre, che dalle tasche interne del suo giubbotto è sempre pronto a tirarne fuori una calda come il suo cuore.

E mi sono messa a scrivere…

Per educare con le fiabe, niente improvvisazione

In quel periodo avevamo da poco pubblicato Verdolina scopre il mondo e insieme a lei era nata anche questa rubrica del blog Edises, A scuola di emozioni. Tutti anelli di quella catena che forma il progetto Occhicielo – Educare con le fiabe, la collana di letteratura per ragazzi su cui io, Valeria Crisafulli e una squadra che sta diventando sempre più numerosa, lavoriamo fin dal primo giorno con un impegno costante volto a realizzare oggetti belli come solo un libro può essere e utili, a chi ha il non facile compito di educare, per riflettere e dialogare con i più piccoli sul mondo delle emozioni.

Ero quindi immersa in letture sul tema “educazione emotiva”, da più prospettive: psicologica, pedagogica, neuroscientifica, sociologica. In particolare stavo leggendo Giù la maschera (1975) di Paul Ekman e Wallace V. Friesen, in cui i due autori presentano al pubblico il risultato del loro accurato studio delle espressioni facciali umane, con l’obiettivo – dichiarato nel sottotitolo – di spiegare come riconoscere le emozioni dalle espressioni del viso.

Emozioni e sensazioni sul palcoscenico del viso

Sappiamo tutti che le emozioni generano una reazione del nostro corpo, la paura può paralizzarci, o indurci alla fuga, o farci tremare, la felicità ci fa sorridere e ci predispone all’apertura, la tristezza ci fa piangere e contrarre, il disgusto ci fa rabbrividire. E lo sapevo anche io. Sapevo pure che il viso è la parte in cui queste reazioni corporee risultano più evidenti.

Non mi ero mai soffermata però sul fatto che una capacità più o meno raffinata di leggere quello che le emozioni scrivono sui nostri volti può fare la differenza nelle relazioni che instauriamo con gli altri e nella percezione dei loro sentimenti. Non mi ero mai soffermata sul fatto che il volto è il palcoscenico, il luogo dove le emozioni si mostrano e comunicano ciò che sta avvenendo dentro di noi.

“Non è un caso che nell’intimità i volti si avvicinano, e le persone unite da un legame intimo si guardano in viso molto più delle altre. Tutti teniamo in bella vista le fotografie delle persone cui siamo più legati. Una telefonata è meglio di una lettera, ma se ci si aspetta un’esperienza emotiva importante o si intende descriverne una già accaduta si preferisce farlo faccia a faccia.”

a volte mi sento_piacereErano queste parole di Ekman e Friesen e altre come queste – sulle emozioni, sulla mente, sui sentimenti,  sulle relazioni umane – che mi risuonavano dentro e che lentamente, nel corso di diverse settimane, sono fluite attraverso la mia penna e sono diventate nuove parole di inchiostro nero su un foglio bianco.

Le ho ricopiate, riordinate e rilette. Frasi brevi, articolate intorno a nomi che conosciamo tutti bene: felicità, tristezza, paura, rabbia… i nomi con cui chiamiamo le nostre emozioni. E accanto a questi, come un altro centro di un unico bersaglio, dei verbi: brillare, gonfiare, tremare, ardere… capaci di descrivere alcune delle sensazioni fisiche che percorrono il nostro corpo quando quelle emozioni ci coinvolgono.

Educare con le fiabe: dal testo all’illustrazione di una idea

Rileggendo, una frase dopo l’altra, ho provato prima una grande euforia… mi piacevano molto. Subito dopo, una grande frustrazione… non c’è mai stato nella mia vita, un momento in cui ho più desiderato saper disegnare. Mi sarei messa subito all’opera con matite e pennelli e colori e ogni strumento che avessi trovato a disposizione per imprimere sulla carta le immagini che avevo dentro. Le immagini di volti e di oggetti concreti a cui quei volti mi facevano pensare.

Avevo bisogno di qualcuno che desse una forma grafica alle mie emozioni. Qualcuno che avesse un tratto potente, capace di catturare le espressioni di un viso in maniera realistica, quasi come una fotografia, e che allo stesso tempo riuscisse a collocare quei visi in un’atmosfera evocativa, simbolica, leggermente onirica.

Il pensiero è andato subito alla persona che faceva al caso mio: Angela Joanna Grancagnolo. Il suo tratto, i suoi colori, le sue interpretazioni della realtà, delle idee e dei sogni, mi accompagnano da quando ero solo una bambina, eravamo solo due bambine sedute a un tavolo a disegnare e colorare sui fogli, sui sassi, sulle scatole. Negli anni i nostri tratti si sono differenziati, dopo tanto studio in campi differenti, i miei sono diventati quelli che tracciano parole, i suoi quelli che delineano meravigliose immagini.

E poiché sono convinta che, quando esistono relazioni forti, la condivisione di un progetto diventa molto più facile e felice, ho preso il telefono e l’ho chiamata. Le ho letto il mio testo, gliel’ho raccontato, l’ho trascinata nella mia mente, e lei me lo ha lasciato fare, e poi mi ha portato per mano nella sua. Dopo qualche settimana mi sono arrivati i primi disegni… sì, l’operazione di connessione era riuscita.

Educare con le fiabe: dall’idea all’albo

A volte mi sento_tristezzaSempre convinta che le affinità mentali portino a collaborazioni più facili e felici, anche per questo passaggio mi sono rivolta al mio mondo conosciuto e ho chiamato Luca D’Argenio, con cui negli anni ho condiviso lavoro e amicizia. E, ancora una volta, Luca si è confermato tra le mie certezze.

Il lavoro che ha fatto per ottimizzare le illustrazioni di Angela, selezionare un carattere di testo in linea con l’atmosfera intima che volevamo creare, trasformare le pagine con i loro sfondi in dei “luoghi” capaci di esprimere già da soli delle emozioni è stato, a mio avviso, eccezionale, ma soprattutto, cosa che me lo fa apprezzare ancora di più, molto personale.

Educare con le fiabe: dal libro al progetto

Non penserete che sia finita qui? Ve l’ho anticipato e ve lo ripeto, perché ne sono proprio convinta: se si vuole perseguire con serietà l’obiettivo di “educare con le fiabe”, niente improvvisazione! L’argomento emozioni è delicato ed è indispensabile trattarlo con cura.

I libri Occhicielo potranno piacervi tanto o pochissimo, ma di una cosa potete star certi, la cura è ciò che li percorre dall’inizio alla fine. E, a dimostrazione di questo nostro impegno, non poteva mancare il contributo dell’editore: con uno sguardo rivolto all’adulto che legge questo libro al suo piccolo, Valeria Crisafulli mi ha fatto comprendere l’importanza di una introduzione e mi ha aiutato a trovare l’impostazione più adatta.

Un breve testo che aiuti a creare una sintonia tra chi scrive e chi legge, una occasione in più, per me, di condividere con voi il mio mondo emotivo, quello da cui A volte mi sento… è nato, una opportunità per stabilire una relazione non solo con i nostri piccoli, ma anche tra noi adulti per trovare sempre nuovi spunti di riflessione sulla sfera affettiva che tanta parte ha nella nostra vita.

A volte mi sento… una squadra

A volte mi sento_amoreAvrete capito che A volte mi sento… è il frutto delle idee e della creatività di più persone, che si sono confrontate con serenità e affetto e hanno lasciato tra le pagine un po’ di se stesse. Dopo mesi di tentativi e di tanto lavoro, il risultato è quello che vedete oggi, un’idea che si è trasformata in qualcosa di concreto, grazie alla disponibilità, all’entusiasmo, all’inventiva, alla fiducia e al rispetto reciproco.

E se vi racconto di questo lavoro, di questi sentimenti, non è per scrivere una storia “rosa”, ma per testimoniare una esperienza possibile di collaborazione “umana” nel senso pieno del termine, basata su relazioni vere in grado di unire delle persone diverse nel raggiungere degli obiettivi, senza perdere di vista il perché li si persegue, nel nostro caso la voglia di provare e suscitare emozioni.

Un libro come un invito

A volte mi sento… è un titolo ed è anche un invito, a soffermarsi su quello che sentiamo e sulle sensazioni fisiche che si associano a quel sentire. È un invito a identificarsi in una nuvola, in un sole, in un fuoco che arde, in una foglia che trema, in una espressione che leggiamo sul volto di chi ci è di fronte. Per entrare in contatto e stabilire una relazione vera, pulita, con la parte più intima di noi stessi e con gli altri.

È un invito che noi di Occhicielo vi porgiamo, a sedervi con i vostri bambini su un divano, o un tappeto, o dove volete, magari sotto una coperta calda e avvolgente, per fare insieme un viaggio nelle emozioni che vi accomunano e, allo stesso tempo, vi rendono individui completamente diversi. Per insegnare loro a sentire quello che hanno dentro e imparare a dargli un nome.

Si tratta di un passaggio non facile, per il quale l’aiuto che noi adulti possiamo offrire è grande e indispensabile, perché attraverso il racconto del nostro sentire i piccoli possano imparare a conoscere il loro, in un momento di condivisione e scambio in grado di stabilire legami difficili da spezzare.

E allora ecco il mio invito: A volte mi sento… inondare di emozioni

 

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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