Lo schema del bullismo: il gatto e il topo

 

Mi è capitato molto tempo fa di assistere alla terribile scena del gatto col topo. Era un topino di campagna e se ne stava rannicchiato contro il muro. Il gatto teneva le zampe appena allargate ai lati della sua vittima, lasciando tuttavia lo spazio per una possibile fuga. Non appena l’animaletto accennava un movimento verso la salvezza, gli arrivava la zampata; non forte, non micidiale e mortale come avrebbe potuto essere. Era una zampata, ai miei occhi, addirittura delicata. Ma già a quel primo colpo il topino perdeva un po’ di sangue dal naso… Il gatto sembrava sollecitarlo a rimettersi in moto, invitarlo alla fuga, così da bloccarlo nuovamente: giocava con la sua vittima, godeva di tenerla in pugno!…

Lo schema del bullismo: la riduzione a vittima

Il bullismo è uno schema di vittimizzazione: con ripetute prevaricazioni una bambina o un bambino, una ragazza o un ragazzo – più frequentemente le femmine che i maschi – vengono ridotti a vittima da un compagno o compagna e da altri al loro seguito: sistematiche prese in giro, piccole o non piccole prepotenze fisiche (non lasciar passare, dare spintoni, divertirsi a lanciarsi oggetti del malcapitato – l’astuccio, il berretto -), costrizioni (ad atti di sottomissione tipo forche caudine, a consegnare la merenda o dei soldi, ecc.), malevola attribuzione di colpe (cioè di comportamenti o intenzioni ostili), minacce, maldicenze diffamanti.

Spesso, come sappiamo, il telefonino prolunga e moltiplica in modo impressionante la persecuzione. Rispetto allo schema gatto/topo, qui abbiamo la ripetizione nel tempo e, quasi sempre, non un singolo prevaricatore, ma un piccolo gruppo capeggiato da un leader.

Gli episodi possono ripetersi con frequenza quotidiana o settimanale o infrasettimanale o altro per un periodo che va dalle poche settimane ad anni e anni.

A volte la riduzione a vittima ha luogo nella scuola primaria e si prolunga (o si rinnova ad opera di altri soggetti) nella scuola media e ancora nel secondo grado della secondaria. A volte, come sappiamo, porta al suicidio; in molti casi (nei casi di cyberbullismo, secondo le statistiche, per il 40% delle vittime!) il suicidio diviene un pensiero fisso o ricorrente, che tuttavia non è portato ad effetto.

La vita della vittima di bullismo si trasforma…

La prepotenza verso l’altro, soprattutto se quest’ultimo si trova in condizione di inferiorità per qualunque motivo (è debole o nuovo o presenta caratteristiche fisiche che meglio si prestano alla presa in giro, ecc.) è sempre da condannare, anche quando sia episodica, ma qui, nel bullismo, si instaura uno schema particolare molto ben definito (individuato e descritto per la prima volta dallo psicologo svedese Olweus alla fine degli anni ’60 del Novecento): chi subisce la prevaricazione è precisamente soggetto ad una trasformazione della sua vita mediante la riduzione a vittima.

La sua vita è ora dominata da questa condizione di impotenza, cioè di annientamento che si instaura in presenza dei prevaricatori ed è attesa in vista di incontrarli (domattina a scuola, martedì in palestra, ecc.; e ora, con il telefonino, sempre…) fino a invadere l’intera sua vita. E così, come annientamento, quella condizione viene vissuta, simmetricamente, anche e proprio dal prevaricatore e dai suoi accoliti, che godono precisamente di quell’impotenza e annientamento, godono della propria potenza, espressa e come liberata col ridurre l’altro in proprio potere. Il gatto con il topo.

Bullismo: caso di Giorgia e Silvia

Ci sono bambini e ragazzi che, per così dire, non stanno bene, non si sentono a posto fino a che non hanno qualcuno da mettere sotto i piedi. Allora, finalmente, si  percepiscono come efficienti, forti, o, semplicemente, si percepiscono, ritrovano se stessi… Ce ne sono altri a cui questo accade solo se qualcuno li sopravanza.

A volte lo schema scatta quando vedi che l’altro è più di te, quando ti sembra che la tua cresta, la cresta del gallo (che vuol essere la più alta, sopra a tutto e a tutti) resti sotto alla serena figura dell’altro, più bravo in questo o in quello, o preferito dalle prof e dai prof o altro.

Giorgia cominciò ad avere per più giorni forti dolori di stomaco. Il medico si preoccupò seriamente. Sapeva che la famiglia era serena, sicché la cosa non doveva avere origine psicosomatica. Nei giorni seguenti il problema si fece così acuto che Giorgia fu ricoverata e sottoposta per alcuni giorni ad una serie di esami clinici. La famiglia visse un momento di estrema drammaticità. Alla fine saltò fuori che Giorgia era perseguitata da Silvia e da alcune compagne. In seconda media era già una ragazzina piuttosto alta e molto ben fatta, timida e dall’aria estremamente delicata; spesso vestiva di rosa. Le prof quando si rivolgevano a lei assumevano un tono particolarmente gentile, come con qualcosa di fragile; e di speciale… Ma la cosa più grave, assolutamente insopportabile, era il fatto che fosse chiaramente più sviluppata, più avanti delle altre.  Tutto questo aveva mosso in Silvia il bisogno irresistibile di tenerla bassa, neutralizzarla. Aveva così coalizzato intorno a sé alcune compagne e iniziato il processo di annientamento, la riduzione a vittima. Erica era del tutto incapace di reagire. I comportamenti di sbeffeggiamento, di attribuzione di intenzioni di scavalcamento ai loro danni, l’esclusione sistematica dalle relazioni e l’interdizione, estesa rapidamente a tutte le femmine della classe, di legare con lei e persino di rivolgerle la parola, l’avevano ridotta in quello stato di sofferenza psichica e fisica, clinicamente molto  serio. Ed erano i primi anni ’90: non c’erano i telefonini…

Il bullo: tipologie di prevaricatori

Come si vede, il bullo non risponde a una sola tipologia. A volte, ad esempio, uno diventa bullo solo perché non si tira indietro quando il compagno lo associa a sé nello schema di sbeffeggiamento; dopo di che resta coinvolto, ci prova gusto… intraprende quella carriera.

Si può, abbozzare, senza poterlo approfondire, un quadro di tipi piuttosto ampio:

  • bullismo del leader negativo: ragazzi che si presentano forti e sicuri e amano il ricorso alla prepotenza e alla forza. Spesso suscitano una certa attrattiva su certi compagni;
  • bullismo del capetto mafioso: temuto ed emarginato, spesso antipatico. Per lui, se uno (il maschio!) non comanda, se non ha qualcuno da dominare, non è nessuno;
  • tipologia del bullo-vittima: gregario del leader, sta al gioco di subire da lui ordini e vessazioni, dalle quali poi non riesce a liberarsi). Se incappa in compagni molto timidi, disabili, immigrati, si accanisce su di essi (come  rivalsa delle proprie profonde frustrazioni);
  • bullismo compensativo (reattivo):  bambini e ragazzi che hanno subito in famiglia situazioni di oppressione e violenza;
  • bullismo da Disturbo del Comportamento (DC): il  bambino o ragazzo picchia gli altri (anche al di fuori dello schema di vittimizzazione) a volte anche gli adulti (il docente o la docente, il vigile urbano…). IAl bullismo possonoapproare personalità borderline, colpite da Disturbo Post-traumatico da Stress o da altre condizioni di sofferenza psichica;
  • bullismo del narcisista: si tratta di ragazzi e ragazze, svegli e brillanti, non di rado bravi a scuola oppure brillanti in qualche attività apprezzata (sport, danza, mondo dei modelli televisivi, particolare disinvoltura nella frequentazione di ambienti come discoteche, ecc..). Se qualcuno minaccia il loro primato, scolastico o non scolastico, il rivale viene annientato mettendogli tutti contro in qualunque modo;
  • bullismo goliardico: vi sono ragazzi che cercano in tutto il divertimento, e sempre in direzione dello sballo, pronti a sfruttare qualunque cosa per ridere, sfottere, fare roba dell’altro mondo… Il down che non cessa di sorridere mentre si pulisce dallo sputo nell’occhio (così era in un video su you tube!) è un divertimento irresistibile. Nel video uno degli autori del gesto dice, al colmo del divertimento: “Noo! Lo sputo in un occhio noo!…”;
  • bullismo che nasce da noia esistenziale: vi sono adolescenti immersi in un senso di indeterminatezza che li spinge a ricercare stimoli che permettano loro di sentirsi, di percepirsi, pur di uscire da un senso di vuoto che avvertono come assenza di vita. Anna Oliverio Ferraris ricorda il caso di due bambini inglesi, di 11 e 10 anni, che rapirono un bambino di due anni e mezzo, lo seviziarono e lo uccisero. All’esame clinico psichiatrico i due bambini risultarono privi di patologie… Indeterminatezza… Chi sviluppa questa situazione, matura una sorda determinazione ad abbattere qualunque ostacolo al soddisfacimento delle proprie voglie in un desolante assoluto deserto valoriale ed emotivo (totale assenza di empatia).

Tipologie anche molto diverse fra loro. Ma lo schema del bullismo si ripresenta in tutti i casi con la stessa struttura: la riduzione a vittima, che si prolunga nel tempo e il cui senso è l’annientamento dell’altro, operata da parte di un gruppetto capeggiato da un leader.

La vittima di bullismo

Oltre alla varietà dei tipi di personalità che possono trovarsi ad essere soddisfatti e divertiti prevaricatori, è bene sfatare l’idea che vittima del bullismo sia solo il bambino o ragazzo debole (lo “sfigato”). Vittima può diventare anche chi semplicemente presenta caratteristiche che facilitano la presa in giro – particolarità dell’aspetto fisico, cognome particolare, ecc. – oppure essere investito della definizione di gay, o presentare, al contrario dei casi precedenti, una serena superiorità in qualcosa. A volte l’amica della vittima, sicura e capace, che ne prende le parti opponendosi ai  prevaricatori, diviene essa loro bersaglio, entrando nel rapido processo di riduzione a vittima: così impara!…

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La riduzione a vittima è sempre condizione di gravità

Questo del bullismo è ambito in cui non basta la necessaria sensibilità umana ed educativa: è importante che i docenti siano informati e formati. In primo luogo devono considerare appartenenti ad un’area di gravità tutte le situazioni che rientrano nello schema del bullismo, cioè in cui si determina una situazione che presenta carattere persecutorio, anche se i fatti risultano apparentemente lievi.

Poiché i prevaricatori agiscono in modo da non essere visti dall’insegnante (mentre fa parte dello schema che vi siano terzi che osservano o sono comunque presenti), il docente deve sospettare l’esistenza di un processo di vittimizzazione in atto ogni volta che coglie una presa in giro, soprattutto se ripetuta da parte di alcuni nei confronti di un compagno o compagna.

Deve allora, in un momento e luogo che assicuri la riservatezza (!), interrogare chi ha subito la presa in giro per verificare se si tratti di atti persecutori, tenendo conto del fatto che la vittima spesso nasconde la cosa per timore di rappresaglie. In ogni  caso, se l’alunna o alunno fa assenze poco spiegabili, se presenta piccoli strappi ai vestiti o cose del genere, piccoli lividi, ecc., e dà per tutto ciò spiegazioni complicate e poco persuasive, bisogna scavare fino a poter escludere con certezza lo schema di coercizione/sottomissione, chiedendo anche alle compagne e ai compagni ed eventualmente ai genitori, che possono sapere le cose, ma chiedere alla figlia o figlio di sopportare…

Bullismo: la presa in giro

In ogni caso, tra tutto, la presa in giro, fin dai primissimi anni di scolarizzazione – scuola dell’infanzia, primi anni della primaria – deve essere “stroncata”.

Su essa deve essere costruita una specie di tabù, una precisa e rigida proibizione, che si instauri saldamente nella coscienza del bambino: lo sbeffeggiamento del compagno – perché  ha sbagliato, perché non è  ancora capace di fare questo o quello, perché è più piccolo di statura, perché non possiede la tal cosa, ecc. – e tutti i comportamenti di esclusione ripetuta, tutti i comportamenti volti chiudere l’altro in un cantuccio  devono essere soggetti a richiamo con l’immediatezza della proibizione secca, emotivamente efficace. Seguirà poi il lavoro della parola, che deve svilupparsi su due piani: l’educazione all’empatia e l’educazione all’autoconsapevolezza o autoriflessività.

Empatia e riflessività

Queste due direttrici, nel lavoro di prevenzione e, più faticosamente, di contrasto della prevaricazione vittimizzante, sono, ancora nel primo e secondo grado della secondaria, la strada da percorrere sia nella quotidianità della via ordinaria, sia con specifici progetti riferiti a ognuno dei due piani.

Non che il prevaricatore non sappia o non si renda conto che la vittima soffre; è raggiunto infatti, dal pensiero dell’inammissibilità del suo comportamento – dell’indegnità, della vigliaccheria – ma scaccia il pensiero immediatamente: sia l’empatia verso la vittima, sia la coscienza morale sono sospese. Se poi viene richiamato, anche duramente, se rischia i meritati provvedimenti disciplinari, allora il prevaricatore mette avanti una serie di giustificazioni, che sono, ovviamente, pseudogiustificazioni del tutto insostenibili, di cui tuttavia il bambino o ragazzo si fa scudo quasi convincendosene, utilizzandole come forme di autoinganno, in parte efficaci, che sono state studiate e raccolte in otto classi di disimpegno morale.

La più ricorrente e tenace delle false giustificazioni è “anche gli altri lo fanno/l’hanno fatto”, la più grave è la deumanizzazione: “piagnucola, non merita niente, non è nessuno…” (così fanno i razzisti verso la vittima: “è un ebreo!”, così le tifoserie criminali: “è un milanista!…un romanista!…”). Naturalmente, il tentativo di autoinganno è in realtà cattiva coscienza, non annulla veramente la consapevolezza, ma certo la obnubila e dunque la riduce.

Un lavoro impegnativo  per l’insegnante

Quando si verifica una situazione di bullismo, si apre una fase di lavoro piuttosto impegnativa. È necessario parlare con tutti gli interessati – i prevaricatori e i loro genitori, la vittima e i suoi genitori; e, se è al corrente dei  fatti,  la classe – con lo scopo di assicurare la totale cessazione della situazione e l’avvio di un cambiamento personale nei prevaricatori; e l’eventuale acquisizione di maggiore sicurezza da parte della vittima.

Con i prevaricatori è necessario esplicitare lo stato di sofferenza e il danno personale che la riduzione a vittima ha provocato (empatia) e mostrare la falsità delle pseudogiustificazioni che essi adducono (riflessività e autoriflessività), fino a umiliarli per la stupidità dei ragionamenti.

Con la vittima si cercherà di comprendere il suo stato d’animo cogliendo eventuali fragilità personali o difficoltà relazionali (che possono non esservi, naturalmente).

Con la classe la cosa va discussa secondo le due direzioni indicate: da un lato capire e sentire, identificandosi con la condizione di vittima – anche con l’aiuto di film e la lettura di storie o di episodi di bullismo -, dall’altra discutendo e smontando le pseudogiustificazioni, ricorrendo a ovvi principi di giustizia e uguaglianza e mostrando la vigliaccheria del forte e dei molti con il  debole e solo. La riduzione a vittima deve suscitare sacro orrore.

Non sempre è facile smontare veramente il bullo (che nella vittimizzazione dell’altro può – perversamente – provare piacere come chi sente di affermare se stesso...), ma la semina sarà sempre preziosa per gli altri. Il lavoro di educazione all’empatia e alla riflessività e autoriflessività – riconoscere con autenticità il senso e le motivazioni dei propri comportamenti deve essere in ogni caso un lavoro sostanzialmente costante, con momenti di specificità progettuale ricorrenti nell’arco dei sedici (!) anni di scuola dei nostri figli.

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Bullismo: formare i docenti all’ascolto

Un ultimo punto, tutt’altro che scontato: gli insegnanti devono essere formati all’ascolto. In molti casi, infatti, l’insegnante ascolta distrattamente la denuncia di fatti di prevaricazione, non si preoccupa di approfondirli in luogo e momento che assicuri la riservatezza e la piena emersione dei fatti.

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Il dirigente, da parte sua, deve essere perfettamente consapevole che, nel trattare un caso  di bullismo, è suo dovere, nonostante la possibile difficoltà del compito, garantire – con interventi anche molto impegnativi in termini di attenzione, tempo e fatica personale – la neutralizzazione del prevaricatore e la effettiva cessazione della situazione di vittimizzazione.

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Di più sull'autore

Laureato in Filosofia presso l'Università di Bologna, ho insegnato lettere nella scuola media e svolto, per più di 20 anni, il ruolo di Preside nella scuola secondaria di 1° grado e nella scuola dell'infanzia e primaria in un istituto comprensivo. L'attività formativa svolta ha interessato i vari temi della didattica, le forme di difficoltà nell'apprendimento e il disagio nella scuola. Attualmente svolgo attività di formazione dei docenti per conto dell'Associazione Docenti Italiani.

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