Le parole dell’educazione emotiva: riflessioni intorno all’emozione

Quando un bambino chiede...

– Mamma che cos’è un’emozione?

Sapevo che una domanda del genere sarebbe presto arrivata e, non vi nascondo, che un po’ la temevo, perché trovare una risposta in grado di descrivere questo sentire profondo di cui siamo capaci non è affatto facile. E le cose si complicano quando ad ascoltare c’è un bambino che ti guarda con i suoi occhi pieni di fiducia.

Del resto, visto che tra casa e nido mia figlia sente continuamente parlare di rabbia, tristezza, felicità, paura, disgusto, calma, sorpresa, era inevitabile che la domanda tanto temuta sarebbe presto arrivata. Così, avevo cercato di non farmi trovare troppo impreparata e, prendendo spunto dalle descrizioni di quegli autori che ho avuto la fortuna di leggere in questi ultimi mesi di studio “matto e disperatissimo”, mi ero organizzata una risposta che pare sia risultata convincente. Almeno per ora!

Cos’è un’emozione primo passo: la mia definizione per la mia bambina

Così, dopo qualche balbettio, le ho risposto più o meno così…

– Una emozione è quello che senti nella tua mente e nel tuo cuore (quindi qualcosa di interiore), quando una cosa che osservi o che pensi o che fai o che qualcuno ti dice (cioè uno stimolo interno o esterno) ti fa sentire diversa (attiva cioè uno stato di vigilanza e valutazione), ti fa sentire dentro la voglia di fare qualcosa, per esempio ridere, o gridare, o piangere, o scappare, o fare bleah! (determina cioè un comportamento).

Naturalmente, le parentesi sono per noi grandi e, altrettanto naturalmente, ho dovuto poi portarle una serie di esempi raccolti dalla sua esperienza. E così, la chiacchierata è durata tutto il tempo necessario per parlare di voglia di dare calci e pugni ad amici che portano via i giochi, di lacrimoni che spuntano quando arriva il momento di riaccompagnare al treno il nonno e la zia che vivono lontano, di salti e risate condivisi con le amichette più care, di voglia di “gomitare” (trad. it. “vomitare”) quando c’è una puzza forte o si mette il piede – con il sandalo! – in una cacca di cane – non raccolta! – nascosta nell’erba. E, naturalmente, del desiderio di correre tra le braccia della mamma quando un rumore improvviso e sconosciuto disturba il gioco in solitaria nella cameretta.

E qui metto fine alla interminabile lista di esempi che avrei a disposizione per una questione di spazio e anche perché ho l’assoluta certezza che ogni collega genitore avrà liste altrettanto interminabili cui attingere con grande varietà di episodi, emozioni e reazioni coinvolte.

Cos’è un’emozione secondo passo: perché una mia definizione per la mia bambina

A questo punto però, mi sembra doveroso cercare di spiegare perché ho pensato a una mia definizione per la mia bambina.

E qui nutro buone speranze di riuscire a farcela senza troppe difficoltà, perché credo che chiunque si interroghi sulla dimensione affettiva, come voi che seguite il nostro blog A scuola di emozioni, sarà d’accordo con me sul fatto che è qualcosa di profondamente personale, e quindi intimo e originale.

Sebbene infatti ci sia ormai un certo accordo sull’esistenza di alcune emozioni fondamentali, comuni a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla cultura di appartenenza, è altrettanto vero che ancora non c’è unanimità su quali e quante siano. Inoltre – cosa sulla quale mi interessa di più riflettere ora – tali emozioni possono combinarsi in così tanti modi ed esprimersi in forme tanto varie, da poter far parlare comunque di una sorta di “emozionalità personalizzata”.

Come donna che vive in un tempo in cui pare che essere standardizzati o, peggio, standardizzabili sia inevitabile ho cominciato a nutrire la necessità intima di una individualizzazione, che ha acquisito ai miei occhi l’aria di un diritto negato.

E una delle conseguenze più immediate della mia esigenza di cominciare a pensare alle persone e non solo ai gruppi – delle mamme, dei genitori moderni, dei lavoratori flessibili, dei meridionali, degli extracomunitari, degli anticipatari scolastici e chi più ne ha più ne metta – è stato volere fortemente, per la mia personale e unica bambina e per la mia personale e unica famiglia, una definizione di emozione che si adeguasse alle nostre forme proprio come farebbe un vestito cucito su misura su quelle della donna che lo ha ordinato alla sua sarta di fiducia.

Ho voluto un abito disegnato e assemblato sulla forma emotiva della mia famiglia. Perché, e questo ormai davvero è cosa acquisita, è in famiglia che comincia l’educazione emotiva ed è qui che la dimensione affettiva di ognuno di noi prende forma.

Cos’è un’emozione terzo passo: quali sono le basi teoriche che mi sono entrate nel cuore

E qui comincia il difficile! Ci proverò però, soprattutto perché vorrei che questo mio tentativo fosse lo stimolo per intraprendere un confronto con chi di voi avrà voglia di portare su questo blog la propria esperienza e le proprie riflessioni.

Dopo aver passato molto tempo a dover dare per scontata una separazione tra mente e cuore. Tempo che credo di aver trascorso in buona compagnia di molte persone. E dopo aver per altrettanto tempo lottato interiormente con questo assunto che ha pervaso e ancora troppo pervade, a mio avviso, la nostra società. Sono certa che capirete quale sia stata la mia emozione – qui intesa proprio come “stato di eccitazione e turbamento” – quando ho letto “le emozioni sono processi che intrecciano le nozioni classiche di pensiero e sentimento”.

Ancora una volta, leggendo La mente relazionale di Daniel J. Siegel, un po’ di tasselli che vagavano nella mia di mente, senza riuscire a trovare la collocazione che cercavano, sono andati a posto. Dico “ancora una volta” perché questo testo, che mi ha fatto conoscere la professoressa Emiliana Mannese all’inizio della mia avventura nell’educazione emotiva, si rivela non solo ricco di concetti chiarificatori riguardo alla nostra mente, ma anche denso di descrizioni dalla forma quasi poetica, nonché una vera e propria miniera bibliografica di tutte le ricerche più riconosciute, nuove e fondate sull’argomento.

Per esempio, proprio per spiegarci in che modo le emozioni “intrecciano” pensiero e sentimento, Siegel ricorre allo studio di Luiz Pessoa che, come direttore del Maryland Neuroimaging Center, si occupa di comprendere i meccanismi attraverso i quali il nostro cervello si sviluppa, “observing the human brain in action”.

Comportamenti cognitivo-emozionali complessi hanno le loro basi in coalizioni dinamiche di reti di aree cerebrali, nessuna delle quali dovrebbe essere concettualizzata come specificamente affettiva e cognitiva. Per le interazioni cognitivo-emozionali sono centrali aree del cervello con un alto grado di connettività, chiamate ‘hub’, che svolgono un ruolo critico nel regolare il flusso e l’integrazione delle informazioni tra regioni diverse.

On the Relationship between emotion and cognition, in “Nature Reviews Neuroscience”, 2008.

Comportamenti”, niente di più concreto dunque, “cognitivi”, cioè legati alla ragione, alla razionalità e, al tempo stesso, “emozionali”, cioè inerenti la sfera delle emozioni, del cuore, dei sentimenti. Comportamenti che trovano le loro basi in “reti” di aree cerebrali né specificamente affettive né specificamente cognitive.

Mi viene in mente Jane Austen. Forse, mentre scriveva delle vicende di Elinor e Marianne Dashwood, le due sorelle tanto diverse che ha tratteggiato per sottolineare il contrasto tra Ragione e sentimento, leggere quanto viene oggi dal mondo delle neuroscienze avrebbe potuto aiutarla. Non tanto a trovare modi espressivi più belli ed efficaci per rendere questo eterno contrasto (a mio avviso ci è riuscita benissimo lo stesso), ma piuttosto ad avere una maggiore consapevolezza scientifica di quanto  lei probabilmente era già personalmente convinta, e cioè che la ragione e il sentimento – e, prima ancora, la ragione e l’emozione – procedono insieme, e volerli separare è un tentativo vano, quando non dannoso.

Ovviamente, non posso sapere quale effetto avrebbe avuto la lettura di Siegel sulla vita e sull’opera di Jane Austen. Posso però dirvi che, per quanto mi riguarda, ho trovato conferma di quanto ho sempre pensato: nessun apprendimento, nessun comportamento, nessuna scelta è possibile senza considerare la “ragione del cuore” e, aggiungerei “il cuore della ragione”. Niente è possibile senza l’emozione.

E non perché sono una romantica o una “emotiva” – aggettivo usato qui nell’accezione negativa che gli attribuisce chi vuol vedere a tutti i costi in una serena emotività una forma di debolezza – ma perché voler negare questo semplice fatto, oggi, con tutti gli studi che si occupano dello sviluppo del cervello, che lo guardano mentre è al lavoro, che si interrogano e trovano risposte sulla forma della nostra mente, vuol dire negare delle evidenze. Vuol dire chiudere la porta in faccia a degli strumenti che possono aiutarci a vivere meglio e, cosa non meno importante, a far vivere meglio chi ci è accanto, a cominciare dalle piccole persone che si aspettano di trovare in noi un punto di riferimento non infallibile, ma coerente.

Ragione e sentimento sono profondamente uniti nel nostro cervello, è un dato di cui siamo chiamati a prendere atto, figuriamoci se è possibile separarli per collocarli metaforicamente nella testa e nel cuore, nell’illusione di poterli zittire a turno, e a nostro piacimento. 

L’emozione come “energia che dirige”

Certo, la difficoltà di definire l’emozione resta. Il fatto è che, a mio avviso, Daniel Goleman ha assolutamente ragione quando, cercando una risposta alla domanda Che cos’è un’emozione (Intelligenza emotiva), afferma che “le parole di cui disponiamo sono insufficienti a significare ogni sottile variazione emotiva”.

Probabilmente, è proprio perché anche io mi sforzo continuamente di trovare nel mio personale gruzzoletto lessicale quelle più adatte a descrivere ciò che “emoziono” dentro che sono rimasta così colpita da quanto scriveva il neuroscienziato Kenneth Dodge quasi trent’anni fa.

L’emozione è l’energia che dirige, organizza, amplifica e modula l’attività cognitiva, e a sua volta costituisce l’esperienza e l’espressione di tale attività.

Emotion and social information processing, in The Development of Emotion Regulation and Dysregulation, 1991

Emozione come energia che muove l’attività cognitiva. Mi sembra davvero che, in questo caso particolare, una parola comune, “energia”, senza dover andare a disturbare i grandi dizionari, dia un grande aiuto alla nostra facoltà di linguaggio, sempre impegnata a cercare il modo migliore per esprimere le smisurate potenzialità della nostra mente.

Di questa parola – e la ripeto – “energia” mi piace soprattutto l’immagine che fa affiorare nella mia mente… un’onda, un flusso, un elemento fluido che avvolge, si adegua alle forme, arriva all’improvviso, resta un attimo o un’ora, ma anche di meno o di più e poi scivola via, lasciando qualcosa di sé e, allo stesso tempo, generando un movimento, di qualsiasi tipo e sempre diverso.

– Mamma cos’è un’emozione?

– È l’energia della vita amore mio!

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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