Le best practice nella scuola

Sostenere i talenti di domani

Cos’è il talento? In molti ritengono che il talento sia un’abilità che lasci gli altri a bocca aperta, che crei stupore e meraviglia, che ponga il depositario di quella certa attitudine su un piedistallo, in una posizione privilegiata fatta di cospicui guadagni e di carriere brillanti. Si crede erroneamente che il talento sia solo arte: canto, recitazione, pittura…

Ognuno di noi è depositario di un talento, di quella forza, di quella energia costruttiva che ci spinge ad agire, ad essere felice, a migliorarsi, a sognare e… semplicemente a vivere. Il talento è la naturale espressione di un particolare tipo di intelligenza che vive in noi, esprimibile in varie forme: nella scrittura come nella musica, nella comunicazione come nell’ espressione delle proprie emozioni, nella matematica come nella ricerca.

La scuola come palestra per talenti

Howard Gardner è il principale rappresentate della teoria delle “Intelligenze multiple”, dove per intelligenza non ci si riferisce più ad una capacità innata ed immutabile, misurabile e definibile attraverso un Q.I., ma come ad un’abilità occorrente per risolvere problemi e che può modificarsi durante tutto l’arco della vita, migliorando attraverso esercizi specifici per ogni area.

Quindi, il talento per crescere e svilupparsi, per affermarsi in stabile capacità ha bisogno di libertà, accoglienza, ascolto, osservazione, cura, pratica, sperimentazione. È la scuola che dovrebbe occuparsi dei talenti e non soffocare le naturali attitudini “degli uomini del domani” con mille nozioni teoriche e serrati programmi da portare a termine. La scuola dovrebbe essere “palestra” esperienziale, possibilità di sperimentare e di apprendere dalla pratica.

“Aiutami a fare da solo”

Aiutami a fare da solo” è il motto che ogni insegnate dovrebbe tenere a mente.

“Aiutami a fare da solo” è una delle frasi più note di Maria Montessori, ma proviamo a capire nel dettaglio cosa vuol dire questa esclamazione:

  • Aiutami è la richiesta che ogni bambino rivolge all’adulto perché consapevole che da solo non può vivere né educarsi;
  • a fare è espressione di sperimentare, cimentarsi praticamente in una certa esperienza, è la richiesta del bambino di “se faccio, capisco; nessuno può apprendere al mio posto”;
  • da solo racchiude in sé il vero fine dell’educazione, è la vera essenza del verbo “Educare” dal latino “e-ducere”, cioè condurre fuori dall’uomo le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente.

“Aiutami a fare da solo” esorta chi si occupa di educazione a non interferire nello sviluppo infantile, ma a fornire ad ogni bambino gli aiuti opportuni, nei tempi opportuni, rispondendo ai bisogni principali di ognuno.

La formazione degli uomini di domani…

Si racconta che una visitatrice di una delle prime “Case dei Bambini” si rivolse ad uno dei bambini chiedendo: «Così in questo posto fate quello che volete, è vero?». Il bambino interpellato rispose: «No signora, noi non facciamo quello che vogliamo, ma vogliamo quello che facciamo».

Tale risposta sottolinea la volontà di ogni bambino a diventare “essere competente”, la volontà di auto-costruirsi, la volontà di imparare a prendersi cura di sé, perché solo così si diventa autonomi. L’educazione è prima di tutto dialogo, è comunicazione, perché comunicare è entrare in relazione con l’altro, attraverso uno scambio reciproco, basato sull’ascolto reciproco.

Chi stabilisce le leggi che regolano la scuola dovrebbe tenere a mente tutto questo, e tenere a mente tutto questo significa dare importanza alla formazione degli “uomini del domani“. Gli uomini, prima di diventare uomini, sono stati bambini e dare importanza ai bambini dovrebbe significare prima di tutto dare importanza alla scuola dell’infanzia, luogo principe ed eletto della sperimentazione, della pratica e della scoperta.

… a partire dalla scuola dell’infanzia

Nei nidi prima, e nella scuola dell’infanzia poi, il gioco, la manipolazione, l’osservazione, la pratica, la possibilità di sporcarsi e di essere liberi sono le materie di studio dei bambini. In questi luoghi si instilla il seme dell’amore per la scuola, l’esperienza positiva della scuola dell’infanzia è germe, concime naturale, per una sana ed equilibrata continuazione scolastica.

Invece, accade troppo spesso che le rette dei nidi siano troppo alte e che alla scuola dell’infanzia sia dedicata troppa poca importanza, generando il più delle volte una tardiva scolarizzazione dei bambini, che saltando a piè pari l’esperienza più ludica dell’apprendimento, vengono poi inseriti nel turbinio di nozioni, informazioni e regole alle quali viene dedicata la maggior parte dell’attenzione.

Purtroppo le difficoltà non si fermano qui. Ulteriori ostacoli si evidenziano a livello organizzativo: i tagli economici, i programmi ministeriali da seguire, gli organici troppo vessati da regole ed adempimenti, spostano tutta l’attenzione del corpo docente dal “materiale umano da formare e guidare” alla burocratizzazione delle formalità didattiche, producendo malumori, demotivazione e scarsa comunicazione.

L’insegnate che guida ed educa è colui il quale ascolta e comunica, trasmette con passione e motivazione le nozioni, le informazioni e le regole che, prima di tutto, devono essere sostenute dall’esperienza pratica, dalla possibilità di sperimentare e di capire.

La buona pratica della scuola dovrebbe essere una sola: creare relazioni armoniche per creare adulti competenti e motivati.

Nota: Per la stesura dell’articolo sono stati consultati alcuni siti internet relativi alla tematica del talento, alla teoria delle intelligenze multiple e al metodo Montessori.

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Di più sull'autore

Psicologa-psicoterapeuta, lavoro nell'ambito della formazione da diversi anni.

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