Italian Teacher Prize: quando le emozioni fanno rima con scuola

Un esempio di educazione emotiva possibile

And the winner is … ancora non lo sappiamo, ma lo scopriremo presto, proprio questa settimana, quando il Ministro della pubblica istruzione, Valeria Fedeli, consegnerà a cinque dei dieci finalisti dell’Italian Teacher Prize il premio per essersi distinti nella capacità di “ispirare in modo particolare le proprie studentesse e i propri studenti, favorendone la crescita come cittadini attivi”.

È così che possiamo leggere sulla pagina che il Miur dedica al concorso aderente alla più ampia iniziativa internazionale proposta dalla Varkey Foundation finalizzata a scovare il migliore insegnante del pianeta, al quale spetterà un premio di 1 milione di dollari utili a realizzare progetti educativi in grado di migliorare l’apprendimento, la crescita e quindi la vita di molti studenti.

Cifre da capogiro, soprattutto per chi, come gli insegnanti italiani, è abituato a lavorare con risorse sempre limitate e deve ricorrere a ogni strumento possibile – spesso personale –  per mettere in pratica progetti anche piccoli, ma con potenzialità belle, positive e di larga applicazione.

Il premio nazionale italiano mette in palio cifre più modeste (50 mila euro per il primo posto e 30 mila per gli altri quattro), ma comunque utili a realizzare qualcosa di nuovo o a sistematizzare progetti e metodi già sperimentati che richiedono però una base economica per diffondersi ed essere applicati su larga scala. Forse è per questo che l’adesione al concorso è stata tanto ampia: 11 mila candidature provenienti da tutto il territorio nazionale, con altrettanti progetti interessanti. O forse no.

I profili dei dieci finalisti: educazione emotiva in azione

Perché mi sorge questo dubbio? Perché ho letto i profili dei dieci finalisti. Ho guardato con interesse la scheda di ognuno di loro: la materia che insegnano, la scuola in cui lo fanno, la storia personale, ciò che dicono di se stessi, i progetti che vorrebbero realizzare con i soldi del premio in caso di vincita. E allora ho capito, mi è diventato chiaro, molto chiaro, cosa li muovesse.

Non sono i soldi, né tantomeno il prestigio, entrambi elementi che pure dovrebbero entrare nell’universo dell’istruzione e della scuola, i cui insegnanti godono di ben poco conto, economicamente e socialmente parlando. No, la spinta è un’altra, ne sono sicura, è la passione.

Quella con cui ogni giorno entrano in classe e accolgono le storie dei propri studenti, ascoltando le loro difficoltà ed esultando dei loro pregi e successi. Quella che li spinge a stabilire con gli alunni una relazione pedagogica “vera”, fondata cioè sull’impegno e sulla cura dell’altro, considerato nella sua unicità e irripetibilità di individuo che apprende e apprendendo cresce. Quella che permette a questi insegnanti eccezionali di mettere in pratica uno scambio emotivo utile anche a loro per crescere e imparare come persone e come educatori.

I finalisti dicono di sé … a scuola di emozioni

La paura di non reggere il carico emotivo era forte, ma con il tempo ho imparato che i nostri studenti degenti, affrontando con tanto coraggio e dignità prove durissime, ci insegnano a non voltare la faccia di fronte alla fatica e al dolore, e ora non lascerei più il mio ruolo in ospedale.

A scriverlo è  Annamaria Berenzi che con i suoi alunni della sezione ospedaliera degli Spedali civili di Brescia ambisce a raggiungere quello che considera l’obiettivo più grande: riuscire ad allontanarli dal loro “sé malato”, farli sentire “bene”.

Obiettivo non facile da perseguire penserete, eppure non c’è limite alle vette cui questi insegnanti ambiscono… “È questo che un insegnante dovrebbe fare: far innamorare!” Della propria materia e del modo in cui questa può diventare una competenza e un vantaggio per migliorare la vita. Sente di avere “le radici e le ali” Daniela Ferrarello: le radici dell’insegnante che la tengono aggrappata alla scuola reale e le ali della ricercatrice che le fanno portare in classe “con entusiasmo” le nuove frontiere della ricerca in didattica. E le classi in cui questa giovane insegnante di matematica catanese entra ogni giorno sono quelle di un carcere, con studenti adulti ai quali offrire una opportunità di riscatto e di recupero.

Un tipo di insegnamento che mi piace definire “estremo”, perché, come gli sport che si accompagnano a questo aggettivo, porta a mettere in gioco tutto il proprio essere. Per praticarlo però non c’è bisogno di scalare vette come ospedali, o pareti lisce come le carceri, si può – e si deve –  esercitare anche quando si opera in contesti sociali più ai margini, come la scuola in cui insegna Gianluca Farusi, che ha deciso di aggrapparsi “alla dignità e al sorriso” di alunni alle cui spalle vivono disagi economici e familiari profondi.

Impegno, cura, rispetto, stima, tutti elementi che fanno la differenza nell’insegnamento, e non solo in condizioni difficili ed eccezionali. Di certo ne è convinto Marco Ferrari quando esclama: “l’insegnamento è il lavoro più bello del mondo!”

I ragazzi sono spesso dei giganti dormienti che aspettano solo di essere stimati e quindi risvegliati al lavoro per conquistare se stessi e il proprio posto nel mondo. Tutto questo mi conferma che abbiamo bisogno di trovare colleghi e maestri con cui continuare la ricerca per aiutarsi a lavorare con i ragazzi in maniera efficace perché diventino gli uomini del domani.

E la parola “uomini” qui è piena di umanità vera, pregna di conoscenza e di sentimento, che potrà davvero fare la differenza per il futuro e renderlo migliore. Un futuro scritto con “parole nuove”, quelle che Consolata Maria Franco spinge i suoi studenti dell’Istituto penale minorile di Nisida a cercare nei loro cuori per riscrivere “il finale della loro storia, che non è già dato”, perché  “tra l’urlo e il silenzio, tra il gesto violento e il nulla, è sempre possibile la parola”.

E restando sulle parole, ci sarebbe ancora tanto da attingere tra quelle che riempiono le schede o – forse sarebbe meglio dire – le vite di questi insegnanti, ma spero che lo facciate da soli, leggendole voi stessi per trarne, come ho fatto io, la vostra personale ispirazione.

Educare alle emozioni in tutte le scuole, ogni giorno è già possibile

Una riflessione finale però vorrei concedermela. Mentre leggo, studio, apprendo di educazione emotiva, alla ricerca di metodi, pratiche, applicazioni possibili, mi chiedo: esiste un’educazione più emotiva di questa? Basata sull’esempio, la dedizione, la competenza, l’iniziativa, l’entusiasmo, la passione, l’ascolto empatico, la capacità di organizzare lezioni belle e coinvolgenti e di incuriosire.

E mentre mi convinco che l’educazione emotiva è già possibile, è già messa in atto, senza timori e senza teorie, mi scrive una mia amica. Sua madre, una maestra della scuola elementare Gianni Rodari di Pioltello, ha letto i primi capitoli di Verdolina scopre il mondo ai suoi studenti della prima classe. La bella notizia è che non volevano smettere! E sono stati lì a discutere delle loro emozioni sfruttando le parole che la curiosa tovaglia verde suggeriva tra le sue righe. Perché ne sono così contenta da volerlo condividere con più persone possibile? Perché molti di quei bambini sono stranieri e quelle parole, di una lingua che ancora non conoscono bene, serviranno loro a esprimere pensieri ed emozioni per riuscire, un passo dopo l’altro, a diventare cittadini integrati e attivi di questo Paese. Sì, ne sono convinta, l’educazione emotiva c’è già nella nostra scuola!

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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