Insegnare la complessità

Esempio di traccia d'esame per il concorso scuola 2016

Finalizzato alla preparazione alle prove scritte del Concorso Scuola 2016, questo contributo parte da una possibile traccia d’esame per offrire una riflessione sul tema dell’efficacia “dell’insegnamento del sapere”.

Ci limitiamo, attraverso questo breve elaborato, a fornire soltanto alcuni spunti di un argomento su cui c’è davvero tanto da scrivere. Adeguati e ampi approfondimenti su questa tematica così strutturata, sono disponibili nel Manuale di Emiliano Barbuto e Giuseppe Mariani “Le Avvertenze Generali

 

insegnare la complessità

Avvertenze generali

Competenze psico-pedagogiche e metodologico-didattiche, ordinamenti, organizzazione e funzionamento delle istituzioni scolastiche

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 La traccia                                                             

“Vivere è il mestiere che voglio insegnargli”: prendendo spunto dalle parole di J.J. Rousseau riprese dal sociologo francese Edgar Morin, il candidato spieghi come si rende possibile, oggi, per l’insegnante promuovere la conoscenza e, al contempo, insegnare all’allievo ad affrontare il rischio dell’errore e dell’illusione nella ipercomplessità della realtà attuale.

Svolgimento

Nel tentativo incessante di colmare le mancanze del sistema educativo attuale nella preparazione al vivere, anche quotidiano, l’insegnamento del sapere deve andare di pari passo all’insegnare al vivere affrontando, e non sottraendovisi, il rischio dell’errore e dell’illusione spesso conseguenti agli errori del pensiero, per dirla con Morin, “binario, disgiunto, parziale“.

Ecco perché risulta di fondamentale importanza fornire strumenti, principalmente di pensiero, che consentano di accogliere la complessità insita nel reale, così da poter affrontare le contraddizioni senza eluderle, favorendo in tal modo la piena realizzazione e il completo soddisfacimento di inclinazioni, attitudini e talenti personali.

La riforma del pensiero di Morin

Nel pensiero di Morin, la riforma dell’educazione sottintende la riforma del pensiero, ancor più riforma della stessa vita: necessari appaiono, pertanto, il dialogo, il dibattito e il confronto, non solo con l’altro ma anzitutto con se stessi. Contro ogni pensiero preformato che tenda a ridurre e appiattire un pensiero “complesso”, il filosofo francese ci esorta, piuttosto, ad accettarne la sfida così da rendere possibili e attuabili percorsi di comprensione, in cui l’altro è percepito come altro da sé, irripetibile e unico pur nel suo essere simile a me.

Riconoscerne e accettarne la peculiare diversità: è questa la proposta di “un’etica del dialogo”, dove il dialogo non è solo tra gli allievi, ma tra i docenti stessi nel tentativo di superamento di ogni incomprensione. La riforma del pensiero formulata da Morin fonda la riforma dell’insegnamento, quest’ultima intesa sia come riforma del soggetto che insegna sia del soggetto che apprende.

Meglio una testa “ben piena” o una testa “ben fatta”?

Se fondamentale appare formare più che in-formare ne consegue che la riforma del pensiero, nell’organizzazione della conoscenza, favorisce il pieno impiego dell’intelligenza nella sua totalità, secondo il principio per cui una testa “ben fatta” è preferibile a una testa “ben piena”. La testa “ben piena” è quella in cui “il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”, mentre nella testa “ben fatta” vi è “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi, principi organizzatori che permettono di collegare i saperi e di dare loro senso”. Dunque, la testa “ben fatta” è in grado di superare la separazione tra le culture e rispondere alle sfide della complessità della vita in ogni suo aspetto. In una prospettiva che vede l’essere umano come soggetto e oggetto della conoscenza, ecco che “conoscere e pensare non è arrivare a una verità assolutamente certa, è dialogare con l’incertezza e l’errore”.

Il ruolo del docente nell’educazione alla complessità

La sfida dell’ipercomplessità si traduce in sfida culturale, sociologica, civica: contro la dogmatica e “classica” separazione e parcellizzazione dei saperi, che sfocia nella dicotomia tra sapere umanistico e sapere scientifico, bisognerebbe piuttosto sforzarsi di comprendere che tutto è “tenuto insieme”, tutto si connette al tutto, secondo una visione paradigmatica anziché pragmatica.

Apprendere a vivere significa affrontare l’incertezza, l’errore: il pensiero dovrebbe abituarsi a globalizzare informazioni e conoscenze, abbandonando il pensiero chiuso e parcellizzato, nella visione futura di formare cittadini, ora allievi, in grado di affrontare sfide e problemi contestualizzati e propri del loro tempo. Non esistono risposte già pronte o “preconfezionate”: semplificando e appiattendo la complessità, riducendola unicamente a ciò che è “complicato”, disgiungendo intenzione teorica da intenzione pratica, non sarà possibile render conto della ricchezza della realtà.

Calato nella realtà del progetto e fine educativo, l’educatore deve tener sempre presente che non è più possibile o attuabile una parcellizzazione del sapere, trascurando o non riconoscendo, al contrario, le interconnessioni tra le discipline. Ogni conoscenza è e presuppone un progetto di costruzione, un’ermeneutica, un’interpretazione continua, non scevra di ricadute nell’errore e nella disillusione: ma è proprio dall’errore che dovremmo trarre insegnamento, dalla volontà di scoperta, dal risveglio del pensiero e dell’energia mentale, dalla ricerca continua e incessante, dal guizzo e dall’intuizione.

La scuola deve abituare gli allievi a ragionare in termini di complessità e globalità, educarli alla complessità della realtà mutevole e in continuo divenire. Il processo educativo deve accompagnarsi a un processo metacognitivo di analisi critica di ciò che si è appreso, al fine di poter acquisire abilità e competenze, nel lungo cammino dell’imparare ad imparare per favorire la costruzione di una mente aperta e concentrando, da parte dell’insegnante, l’attenzione non su “cosa” l’allievo apprende, ma su “come” apprende. Ecco, in definitiva, in cosa consiste il ruolo dell’insegnante: formare, costruire e potenziare le capacità che gli alunni useranno domani.

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Di più sull'autore

Lettrice compulsiva, ricercatrice per passione, editrice per mestiere.

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