Scuola e famiglia si abbracciano nella comunità classe: l’esperienza di Antonella Meiani

I bambini ci vedono camminare insieme

Ho conosciuto Antonella Meiani e la sua esperienza di comunità classe grazie a questo blog. Entusiasta di un articolo del nostro professore Campana sulla relazione tra emozioni e apprendimento, ci aveva scritto per comunicarci con tutto l’entusiasmo di cui è capace – e vi assicuro che è proprio tanto! – che, quando era approdata sulla nostra rubrica A scuola di emozioni, si era sentita subito a casa.

Dopo qualche chiacchierata telefonica e un certo numero di messaggi via chat, ci siamo incontrate. Fin dal primo momento, mi sono accorta che quel concentrato di passione, volontà, intelligenza ed esperienza che mi sedeva di fronte era la persona giusta, proprio quella che stavo cercando per riflettere con tutti voi sulla tanto nominata, ricercata, a volte famigerata, relazione tra Scuola e Famiglia, con le maiuscole!

Così, dopo questo ultimo anno scolastico trascorso come rappresentante della classe di mia figlia, carica di una esperienza che si è rivelata costruttiva in molti modi possibili grazie alle persone con cui ho avuto la fortuna di camminare – genitori, insegnanti, bambini splendidi e costruttivi – ho chiamato Antonella e le ho detto: “È arrivato il momento! Raccontaci della tua idea-esperienza della comunità classe. Come si costruisce? Perché è tanto importante?”

E Antonella ha risposto alla mia richiesta così… buona lettura!

I bambini devono stare bene

un racconto di Antonella Meiani

Ho salutato da pochi giorni le mie bambine e i miei bambini arrivati in quinta. Ogni volta sembra di non potercela fare. Questa volta, poi, abbiamo concluso l’anno con uno spettacolo straordinario, in un teatro vero, quarantacinque bambini in scena, maestre e maestro protagonisti insieme a loro, genitori dietro le quinte come folletti silenziosi per rendere possibile la magia. Poi gli applausi, per tutti, da tutti. E un abbraccio potentissimo tra famiglie e Scuola. Un abbraccio emotivo che in quei pochi minuti ha raccontato i cinque anni di paziente tessitura della “comunità classe”.

Con un’immaginaria moviola torno al primo giorno di scuola di cinque anni fa e ricordo benissimo gli occhi in attesa. Per qualche attimo, al primo incontro, tutto resta sospeso… Chi saranno queste maestre? Che cosa vorranno da noi? Come tratteranno i nostri bambini? Pensieri che mi sembra di veder frullare dietro gli sguardi. E io, come ogni volta, mi chiedo se riuscirò di nuovo a farli camminare insieme quei cinquanta nuovi sguardi, cosa assai più complessa che far camminare insieme i miei nuovi venticinque bambini.

Torno al presente e li guardo in platea e sul palco con noi, e posso dire che, sì, ci siamo riusciti: questi genitori sono nella storia di questa classe come i loro figli. Ognuno a suo modo. Anche i meno disponibili ed empatici, i più scostanti e i più fragili, i troppo lontani e i troppo vicini, i più lenti, i più ostinati nel non imparare l’italiano, tutti.

Per cinque anni i bambini ci hanno visti camminare insieme, complici e alleati, per loro.

Costruire la comunità classe: tutto comincia dal patto iniziale

Come si comincia a camminare insieme? Proprio dalla prima riunione. È in quel momento che i genitori devono capire che possono contare su di te, e per tanto tempo. È una sorta di patto iniziale, in cui si prepara il terreno emotivamente per affrontare insieme le difficoltà, ma anche per condividere successi, iniziative e progetti. Quello che ogni volta cerco di trasmettere è l’idea che gli anni scolastici li vivremo prendendoci a braccetto, non mettendoci uno di fronte all’altro, ma procedendo fianco a fianco.

Tutto questo, certo, passa dallo scambio dei numeri di telefono e delle mail, dalla mancanza di confini temporali. Una scelta che, lo so, non si adatta a tutti. Ma la mia esperienza è quella del rispetto reciproco: nasce una sorta di tacito accordo, ci apriamo tutte le porte, a patto che abbiamo la massima cura degli spazi.

Poi la scuola comincia, la fiducia deve crescere ed essere coltivata con pazienza, piano piano si inizia a conoscersi e a condividere. Anche io condivido molto della mia vita privata, dei miei gusti, delle mie gioie, dei libri che scrivo e che leggo, dei miei dispiaceri, delle mie fatiche, dei miei gatti, con i bambini e con i grandi.

Per arrivare a una condivisione come questa sono preziose, con gli adulti, tutte le diverse situazioni extra-scolastiche, dalle merende alla cene, ma a volte bastano anche due chiacchiere all’uscita. Con i bambini, invece, è fondamentale non avere la fobia della scansione oraria e del programma, ma concedersi il tempo per le discussioni e le riflessioni collettive, tutte le volte che occorre, perché ogni bambino arriva a scuola con il suo bagaglio emotivo e se sta male o se sta bene deve poterlo dire, certo di trovare qualcuno disposto ad ascoltarlo.

E questo spazio del dialogo e dell’ascolto deve trovare posto nel tempo della classe anche quando è proprio nella classe che i problemi nascono! In tutti i casi, ancor meglio è se il dialogo continua anche a casa: personalmente, ho sempre cercato di lasciare traccia sui quaderni delle chiacchierate fatte a scuola, delle rielaborazioni attuate dai bambini, in modo che anche i genitori non si perdessero dei passaggi importanti compiuti dai loro figli.

Altri momenti preziosissimi di costruzione del gruppo sono le assemblee di classe periodiche. Io non sono mai tenera quando c’è qualche questione educativa da affrontare, i genitori li striglio, però come striglio i bambini, con l’affetto e la fiducia che può metterci una mamma o un papà quando interviene in maniera piuttosto decisa nell’educazione del figlio. I genitori lo sentono e accettano le critiche, sanno che sono disposta a farlo anch’io. Probabilmente è per questo che ho sempre raccolto una grande disponibilità. Certo, non sono mancate le difficoltà o le cadute di stile, ma sono state veramente poca cosa in confronto al grande successo del percorso.

Costruire la comunità classe non è impresa da eroi

È vero, per vivere la scuola così non ci si può risparmiare, e questo per molti non è facile. Ma quello che io credo sia giusto è che ognuno si metta in gioco con quanto ha a disposizione – cultura, carattere, formazione –, senza timore, credendo nelle proprie capacità educative e nel proprio ruolo anche nei confronti della comunità adulta.Non è un lavoro da poco, me ne rendo conto, ma ogni insegnante può costruire un percorso personale, a sua misura, coerente con i suoi modi e adeguato alle sue energie.

I bambini devono stare bene. Se stanno bene imparano meglio e di più. E i bambini stanno bene quando gli adulti stanno bene, quando sanno di poter avere un luogo umano dove si creano quelle che un mio genitore ha definito “triangolazioni perfette”, momenti in cui con i maestri si parla di successi e insuccessi, di voti, di litigi, di pianti, di incubi notturni, di separazioni, adozioni, nascite, matrimoni e di tutte le esperienze, più nitide e più sfumate, che ci può riservare la vita.

Genitori al loro posto? Nella comunità classe ce n’è uno tutto per loro!

Dirigenti e colleghi spesso dicono alle maestre come me che i genitori devono stare al loro posto, che non devono avere il numero del nostro cellulare, che non ci si deve dare del tu. Ma io non ho mai temuto l’invasione e, anzi, sono convinta che il vantaggio dell’alleanza educativa con i genitori sia proprio il sentirsi sullo stesso sentiero – ciascuno nel suo ruolo, ma l’uno accanto all’altra – condizione interiore che si rivela particolarmente efficace quando in classe ci sono bambini oppositivi, fragili, troppo tranquilli, bambini che hanno un problema improvviso o momentaneo.

Sono soprattutto i genitori dei bambini cosiddetti “difficili” che devono sentirsi accolti. Troppe volte nelle classi ho visto mettere all’indice i bambini “pestiferi“, isolarli, non invitarli a casa, criticare loro e i loro genitori. E, ogni volta, il risultato sono stati isolamento e autoesclusione, sia del bambino sia della famiglia, con ovvie conseguenze nella relazione tra genitori e bambino. Quando si verificano situazioni di questo genere la scuola ha fallito. La scuola deve impegnarsi a far capire a tutti, piccoli e grandi, che facilmente ci sono in gioco delle fragilità o dei percorsi complicati.

In questo senso, l’atteggiamento di noi insegnanti è fondamentale! Siamo noi i primi a dover mostrare la volontà di trovare soluzioni e di non emarginare il bambino che non riesce ad armonizzare la sua vita con quella della scuola. Siamo noi i primi a dover sorridere ai suoi genitori, per dare loro respiro, per far loro rialzare lo sguardo: avere figli con un comportamento differente è una sofferenza enorme che spesso si traveste da arroganza e durezza, se non è accolta e capita.

So che in questi giorni le cronache riportano frequenti episodi di aggressività anche fisica nei confronti degli insegnanti. Episodi che potrebbero mettere in discussione la mia fiducia nella comunità classe. Eppure, questo non accade! L’esperienza mi porta a dire invece, con convinzione ancora più profonda, che quando il percorso dei cinque anni delle elementari è positivo, accogliente, inclusivo e impostato sul rispetto, è molto facile che cresca una fiducia nel dialogo e nel confronto. E se c’è dialogo e confronto, difficilmente l’insegnante verrà visto come un nemico da aggredire.

E le famigerate chat di classe: pericolo o strumento utile?

Le chat di classe sono un altro argomento caldo, sembra che sia proprio il luogo in cui si covano i sentimenti peggiori nei confronti della scuola e degli insegnanti. Eppure, di fatto, le chat velocizzano le comunicazioni, sono utili all’organizzazione, fanno parte del gioco, a volte in modo molto piacevole, perché il calore umano arricchisce i percorsi. Proprio per questo io non ci rinuncerei mai! Se qualcuno però esce dalla correttezza bisogna subito parlarne. In tutti i casi, la pazienza è d’obbligo e lo è altrettanto il lavoro di tessitura, di educazione, di sviluppo di una certa cultura della comunicazione corretta.

Molti insegnanti appartengono alla generazione che è cresciuta senza i social, che li ha visti nascere e dilagare, che ha imparato a usarli: queste persone hanno il vantaggio di essersi confrontate con una cultura differente, quella “del prima”, e di avere numerosi argomenti educativi (praticabili) per un uso corretto e moderato delle chat. Gli insegnanti più giovani possono invece approfittare della maggiore confidenza con le nuove tecnologie e utilizzarla per formare genitori e bambini. In entrambi i casi, abbiamo di fronte un’altra grande occasione di crescita.

Perché impegnarsi così tanto nelle relazioni? Insegnare non basta più?

L’ultimo giorno di scuola una bambina mi ha scritto una bellissima lettera. Spiccava una riga colorata: “sei sempre stata disponibile 24 ore su 24”. Ovviamente è un’esagerazione (ho anche dormito, in questi anni), ma il fatto che a lei sia rimasta questa sensazione è bello, perché i legami si rafforzano e le personalità si sviluppano se il bambino si sente presente nella tua mente e se percepisce che anche la sua famiglia per te è significativa.

Non dimentichiamo che tutta la fatica e l’impegno che profondiamo nella costruzione di relazioni significative con gli adulti hanno un solo e unico scopo, quello di far stare bene il bambino, di metterlo al centro di una rete educativa, di fargli sentire che tutto di lui è importante, di offrirgli il primo modello di comunità, quello che poi si porterà “nello zaino” per sempre.

Non tutti i genitori sono disposti a mettersi in gioco? Non tutti ne hanno la voglia? È vero, esistono fragilità e storie complesse, misteri familiari, ma ho imparato (non senza difficoltà) ad accettare le diverse modalità. Ognuno partecipa come può. L’importante è che non si allontani, che mantenga lo sguardo su tutto quello che succede, e che in caso di necessità sia presente.

Questa è da sempre (ormai sono quarant’anni) la mia storia di maestra. Come ho scritto a proposito dei genitori nel mio libro Tutti i bambini devono essere felici:

“Capita poco di essere invasi in modo inopportuno, è più facile ritrovarsi a frequentare persone uniche e stimolanti. In fondo cinque anni passati fianco a fianco ogni giorno sono un bel pezzo di vita, perché non farne anche la migliore avventura umana possibile?”

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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