Essere insegnante di sostegno: un racconto dalla scuola italiana di tutti i giorni

L’inclusione comincia tra i banchi

Basilicata coast to coast… una bella scoperta per me in questi mesi.

Sono a Lauria, una cittadina dal caratteristico aspetto medievale ai piedi del massiccio del Sirino. Suddivisa in due rioni, quello superiore detto il Castello, quello inferiore detto il Borgo, occupa un vasto territorio che si inerpica tra montagne e fiumi fin nel cuore della regione. Vitale e densamente popolata tutto l’anno, in estate ha un vero e proprio exploit: chi lavora fuori torna a “casa”, affollando strade, piazze e locali fino a notte fonda.

Io ho appuntamento con Olinda Leonasi, insegnante di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado. E così, in un tardo pomeriggio estivo come molti altri, eccoci comodamente sedute in terrazza, dove la mia curiosità fa da filo conduttore alle parole di Olinda che vanno leggere come questo vento fresco di collina.

Essere insegnante di sostegno per passione e per amore

Velia: Olinda, da quanto tempo fai l’insegnante di sostegno e come nasce questa scelta?

Olinda: La mia strada professionale si è delineata man mano, spinta soprattutto dalla voglia di cominciare a lavorare subito. Mi sono orientata in questo senso assecondando le circostanze piuttosto che per una vera e propria scelta. Oggi però posso dirti con certezza che questo lavoro mi piace, molto, e che per me non è un ripiego. Ci metto tutta me stessa, tanta passione e tanto amore, tutti i giorni.

Certo l’idea di insegnare la mia materia, il diritto, mi affascina sempre. Io però mi considero fortunata, perché ho comunque l’occasione di relazionarmi con ragazzi speciali, che mi insegnano tanto: sono io che spesso apprendo dai miei alunni e torno carica di tanti valori e tante emozioni che non mi fanno rimpiangere un lavoro diverso.

Velia: Dove insegni attualmente?

Olinda: Sono titolare da due anni nell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore “Ruggero Lauria”. Negli anni precedenti ho peregrinato in varie scuole della Basilicata e di tutte porto con me un’esperienza positiva, perché ho conosciuto tanti ragazzi di tutte le età, dai quattordici ai diciotto anni, e ho affrontato con loro tanti momenti importanti, con molti anche l’esame di maturità, che mi ha sempre regalato un’esperienza forte e bella.

Essere insegnante di sostegno per creare relazioni umane

Velia: Chi hai sentito più vicino a te e alle tue emozioni? I ragazzi più giovani o quelli già più grandi?

Olinda: Ognuno riesce a dare qualcosa, certo con alcuni ho instaurato un rapporto più forte e più significativo. Per esempio, ho conosciuto una ragazza cinque anni fa nell’istituto agrario di Lagonegro, poi a metà percorso ha cambiato scuola soffrendo per questa decisione, presa più dai genitori che da lei. In questi anni ha continuato a mandarmi messaggi e a telefonarmi. Come ti dicevo, ne sono passati cinque, un intero corso di studi, eppure ancora mi telefona e mi parla di lei, mi ha raccontato tutto del suo esame, non c’è stato un momento importante della sua vita che non abbia voluto condividere con me. Cerco sempre di instaurare un rapporto di amicizia, e non solo con i miei ragazzi, ma con tutta la classe, così in tanti mi cercano e si confidano.

Anche quest’anno ho vissuto due storie interessanti seppure diverse. Ho seguito un ragazzo molto grave con il quale abbiamo più che altro lavorato a livello di comunicazione non verbale, di gesti, di sguardi di sorrisi. Ci siamo concentrarti sull’uso del computer, sull’ascolto di musiche, sulla visione di immagini, oppure sulla manipolazione per favorire la motricità.

Poi, un ragazzo down per nove ore settimanali, con il quale abbiamo seguito una programmazione differenziata, in classe la maggior parte del tempo, cercando di semplificare i contenuti delle varie discipline. Con lui ho fatto l’esame di maturità, abbiamo preparato un power point che ha mostrato con successo alla commissione d’esame. Filo conduttore, i nonni, ogni materia era legata a queste figure per lui importantissime. Per esempio, in storia, abbiamo raccontato, con foto d’epoca, la seconda guerra mondiale secondo l’esperienza diretta del nonno, una ricostruzione molto personalizzata, ma carica di significato.

Essere insegnante di sostegno per parlare di emozioni e di futuro

Velia: Ci racconti qualche progetto al quale hanno partecipato i tuoi alunni?

Olinda: Al Liceo delle scienze umane De Sarlo di Lagonegro, seguivo un ragazzo con diciotto ore settimanali e con lui, aiutati dall’associazione culturale Adalgisa e le artigiane delle idee, abbiamo fatto un progetto intitolato “Ero, sono e sarò”, che ha coinvolto a turno tutte le classi dell’istituto.

Mirato alle emozioni, a far venir fuori il proprio vissuto, i ricordi, le aspettative e i progetti per il futuro, il progetto aveva due obiettivi importanti: l’integrazione e la socializzazione, attraverso lo svolgimento di attività settimanali. Immagina una drammatizzazione, per esempio vento e alberi. Alcuni ragazzi interpretavano gli alberi, altri il vento che soffiava addosso a loro, a seconda del movimento dell’albero c’era un’interpretazione: se il vento soffiava forte e l’albero rimaneva immobile, era chiaro che il ragazzo non si lasciava andare alle emozioni, non si sconvolgeva davanti a una tempesta, se invece con un piccolo soffio si scuoteva, sicuramente manifestava una maggiore sensibilità.

Così, insieme all’aspetto della socializzazione tra i ragazzi, il progetto ha cercato di far venire fuori le loro emozioni, li ha spronati a non tenersi tutto dentro, anche le situazioni negative. Era pensato soprattutto per i ragazzi delle quinte, un’occasione per immaginarsi il futuro. Spesso infatti, i ragazzi – tutti – quando lasciano la scuola non hanno un vero e proprio progetto di vita, sono disorientati e non sanno nemmeno quale facoltà scegliere. E in modo particolare i ragazzi con disabilità. Questo progetto voleva dare degli input, un’apertura mentale. Quando si è concluso erano tutti soddisfatti, questo stare insieme ha aiutato gli studenti a riflettere e, se necessario, a ridimensionarsi, e ha fatto sentire partecipi tutti.

Velia: E lo sport? Credo sia un grande aggregatore…

Olinda: È un reale aiuto se il ragazzo non ha difficoltà a livello motorio, è un altro momento di incontro. Due anni fa, a Lagonegro, abbiamo condotto il progetto “Sportivamente”, che ha visto la partecipazione di tutte le classi dell’Istituto, ogni settimana si facevano delle attività sportive come salto nei cerchi, corsa a ostacoli e molto altro. A fine anno c’è stata poi la premiazione nella bella manifestazione all’interno del palazzetto dello sport del paese, con le scuole, le autorità i dirigenti scolastici. Vincere un premio, come prendere un voto alto, è un momento di gioia, una motivazione, uno stimolo a fare di più.

Essere insegnante di sostegno per includere

Velia: E i tuoi alunni hanno voglia di impegnarsi?

Olinda: Dipende. Alcuni si cullano puntando sulla figura dell’insegnante, altri invece no, hanno più autostima.

Velia: Come si può lavorare con chi dimostra disinteresse?

Olinda: Quando riesco a raggiungere un obiettivo con loro è più soddisfacente per me. Se lo studente va bene, prende un bel voto, è una soddisfazione anche mia. Cerco sempre il modo per non rendere la lezione piatta, contenutistica, ma di farne un momento di partecipazione. Spesso siamo al computer, perché con le immagini e con l’audio si hanno degli stimoli in più rispetto al cartaceo e ho avuto modo di vedere che con il power point, con immagini, didascalie e sonoro, l’alunno ha una partecipazione maggiore.

Faccio questo lavoro da dieci anni e ho visto che molto influisce sui risultati finali  l’ambiente familiare. Ho avuto sempre molta collaborazione da parte dei genitori, grandi aspettative, però anche tanta partecipazione. Così come dalle scuole. E anche il comune ha messo sempre a disposizione risorse e mezzi di trasporto. Vivo in un contesto dove c’è la cultura dell’inclusione. La scuola in cui insegno attualmente, in particolare, è molto inclusiva, rinomata sul territorio, il dirigente Nicola Pongitore è molto aperto e collaborativo.

In effetti la scuola italiana è perfetta dal punto di vista dell’inclusività, nel concreto però, a volte, ci sono difficoltà oggettive che magari non consentono l’integrazione che vorremmo. Se l’alunno ha una situazione grave di partenza, anche l’insegnante di sostegno fa fatica a tenerlo in classe perché non sempre ci sono gli strumenti adeguati. Per esempio, se l’alunno ha difficoltà di udito, l’insegnante ha bisogno di spostarsi in un’altra aula perché non può alzare la voce in classe durate la lezione, e questo a danno dell’inclusione.

Per gli ipovedenti c’è l’ingranditore delle immagini, un apparecchio che si mette sul banco, è uno strumento ingombrate e costoso che la scuola deve farsi carico di comprare e allora magari non si trova in tutti gli istituti. Per me comunque non bisogna mai dimenticare che l’insegnate ha raggiunto un grande risultato se l’alunno con disabilità riesce a partecipare a una gita scolastica piuttosto che ripetere date o recitare poesie a memoria.

Il momento dell’esame è un momento fortissimo. Si piange sempre, e piango anche io! È il momento del saluto e del distacco, della fine del percorso fatto insieme. La commissione fa i complimenti, è un momento bello ma anche triste perché il futuro è un’incognita. Terminata la scuola per alcuni dei miei ragazzi non ci sono tante prospettive, certo dipende dal loro grado di autonomia, ma il dopo-scuola è duro da affrontare, non ci sono centri di aggregazione e di socializzazione. C’è ancora da fare molto, oltre la scuola e dopo la scuola.

Essere insegnante di sostegno per e con l’intera classe

Velia: Mi piacerebbe sapere se è vero, come dice qualcuno, che la presenza in classe di alunni con disagi (disabilità, bes, dsa) rallenta lo svolgimento dei programmi.

Olinda: Nel contesto scolastico, l’intervento personalizzato rivolto agli alunni con disabilità potrebbe effettivamente costituire un ostacolo nello svolgimento delle attività ordinarie, questo un po’ ovunque, in ogni tipo di scuola. Pur tuttavia, nella nostra scuola, che come ti ho detto ha una tradizione inclusiva consolidata ormai da anni, l’offerta formativa risponde efficacemente alla pluralità dei bisogni educativi espressi sia dagli alunni con difficoltà di apprendimento sia dagli alunni che richiedono l’approfondimento delle tematiche disciplinari educative. E perché ciò avvenga, è fondamentale il rapporto che si instaura tra l’insegnante di sostegno e l’insegnante curricolare e, nel momento in cui il rapporto è ben equilibrato, non ci sono particolari ostacoli per lo svolgimento del percorso formativo dell’intera classe.

Essere insegnante di sostegno per e con la famiglia

Velia: Quanto conta l’empatia nella relazione insegnante di sostegno/alunno?

Olinda: L’empatia è fondamentale nel rapporto, in generale con tutti gli alunni, ma in particolare con chi ha disagi di qualsiasi natura, anzi, molto spesso proprio questi studenti hanno una maggiore sensibilità. L’empatia tra docenti e studenti è  fondamentale per un vero e sano apprendimento, attraverso la chiarezza della comunicazione si capisce meglio l’alunno, che cosa ha dentro e i suoi reali bisogni formativi. Solo così gli insegnanti possono guidare il loro sviluppo emotivo e cognitivo.

Velia: Cosa ti porti a casa a fine giornata e a fine anno scolastico?

Olinda: A fine giornata mi porto l’affetto e l’amore dei miei ragazzi perché danno veramente tanto, si legano a me, alla loro insegnate di sostegno, a filo doppio, pendono dalle mie labbra. A volte mi definisco “Ulisse e l’ombra”, dove sono io, sono loro.

Forse, l’aspetto più difficile di questa relazione sono i genitori, che hanno tante aspettative rispetto ai loro figli e all’insegnante di sostegno, per cui se qualcosa non va bene è l’insegnante di sostegno a sbagliare. A volte pensano che possa fare miracoli, ma non può ottenere risultati impossibili.

Essere insegnante di sostegno per raggiungere obiettivi concreti

Tante volte non bisogna insistere se l’alunno non riesce a fare una cosa in particolare, perché, per esempio, ci sono gli strumenti compensativi come la calcolatrice, oppure, l’inglese non è indispensabile! Insomma, l’integrazione, l’autonomia, la socializzazione sono più importanti, nel piccolo contesto che è la classe, nel corridoio, nel plesso.

Quest’anno siamo andati in gita scolastica con le quinte, a Barcellona e il mio alunno è stato in grado di gestirsi in autonomia, di rispettare gli orari, le esigenze del gruppo. Questo è l’obiettivo fondamentale. Al di là dei contenuti, la gestione della propria vita in autonomia è la più grande conquista.

Sono molto presa e coinvolta dal racconto di Olinda, è già buio infatti quando veniamo interrotte dal suo nipotino… “Sei stanco, Felice? Vuoi riposare?” “Non sono stanco! Non voglio riposare e non mi riposerò mai!”

Vado via sorridendo, ripenso alle parole del piccolo Felice, a quella voglia irrefrenabile di vivere la vita che si ha da bambini. È un piccolo miracolo quando questa forza dentro di noi resiste agli anni che passano. È vero Felice, non è questo il tempo di fermarsi.

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Di più sull'autore

Giornalista free lance, impegnata nel mondo dell’editoria da più di vent’anni, credo nel valore sociale della cultura, nei libri che diffondono le idee, nelle potenzialità della comunicazione digitale. Nella scrittura metto passione, annodo parole e pensieri, speranze. Il mio altrove, la mia stanza tutta per me …

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Commenti

  • Francesca Ferraris 5 novembre 2017 alle 21:51

    Sono maestra e mamma di una bimba disabile di 10 anni. Fino ad ora è stata una lotta continua per l’assegnazione delle ore di sostegno che le spettano e per un insegnante che sappia gestire le sue problematiche con un po’ di amore e professionalità. Questa intervista mi allarga il cuore e mi fa sperare che anche mia figlia possa incontrare nel suo futuro scolastico insegnanti così. Pubblicate altre testimonianze, fanno bene a tutti. Grazie

    Rispondi
    • Francesca de Robertis 6 novembre 2017 alle 9:29

      Grazie a te Francesca, per la tua testimonianza! Oltre al nome, io e te condividiamo la fiducia nel futuro e nell’amore che può fare cose grandi. Per questo continueremo a raccontare, sul nostro blog, le esperienze che, nella nostra scuola, si distinguono in positivo, perché la speranza si alimenta anche dal bello che già esiste.

      Rispondi

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