Nella società del “clicco e ottengo” la scuola deve dare spazio alle emozioni

Intervista sul campo al dirigente scolastico Paolo Battimiello

Paolo Battimiello è una persona solare, accogliente e alla mano. Insegnante di Matematica e Fisica, attualmente dirige la scuola media Belvedere di Napoli. Spinto dalla curiosità e dalla voglia di mettersi in gioco, ha lasciato dopo undici anni l’istituto Virgilio IV di Scampia con un bagaglio di esperienze fatte e di proposte ancora da sperimentare.

Così, oggi il professor Battimiello è l’artefice di una fitta rete di relazioni emotivamente intense, un punto di riferimento per alunni, docenti e genitori e per chiunque sia interessato a un dialogo costruttivo.

Mi riceve per l’intervista alle tre di un pomeriggio di fine inverno. Quando arrivo la scuola è in piena attività, sento cantare, suonare e recitare, una “disciplinata confusione” che mette allegria.

Scuola ed educazione emotiva: un connubio possibile

Ricordando la convinzione di Erasmo da Rotterdam che la speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù, secondo lei, la scuola può e deve comprendere anche una educazione emotiva?

Sicuramente. La scuola più che di una speranza, ha bisogno di una certezza. La certezza che l’educazione incida in modo profondo nelle menti ma, soprattutto, nelle coscienze delle persone. D’altronde non è possibile immaginare un’educazione che non tenga conto delle relazioni interpersonali, della capacità di rapportarsi agli altri, dell’empatia, delle dinamiche di gruppo. Anzi, la crescita emotiva dei ragazzi è più forte, pregnante e incisiva, molto più importante della loro crescita culturale. Un corretto sviluppo emotivo rappresenta la base necessaria e a volte anche sufficiente per una crescita culturale profonda, che non evapori alla prima difficoltà.

L’educazione emotiva come compagna di viaggio della didattica

L’educazione emotiva, secondo lei, dovrebbe essere inglobata nell’attività didattica quotidiana, diventare oggetto di lezioni apposite, di corsi counselling, o ad esempio di attività utili a promuovere tecniche che mettano in gioco le dinamiche di gruppo tra i ragazzi?

Assolutamente no. L’educazione emotiva non può essere oggetto di un percorso a parte, una materia a se stante. Anche se è possibile prevedere incontri mirati, circle time o attività con obiettivi precisi, la relazione emotiva è fatta di momenti quotidiani, di attimi. Una relazione si gioca in ogni discussione.

La capacità di intercettare emotivamente i ragazzi è costante, il rapporto emotivo tra alunno e docente, e tra docente e docente, è una condizione fondamentale alla quale non bisogna mai derogare. La scuola è un sistema complesso nel quale la capacità di relazione emotiva tra tutti i suoi componenti si rivela indispensabile e la mancata attenzione su questo punto può riversarsi negativamente sulla gestione quotidiana della classe, dei rapporti con gli alunni e sul clima generale della scuola.

Va infine chiarito che ogni attività extra introdotta nella scuola – come, ad esempio, il circle time – deve avere una tempistica predeterminata, finalità chiare ed essere gestita con precise competenze culturali, pedagogiche e relazionali.

Famiglia, scuola, società: una “catena aperta” da rafforzare

L’intelligenza emotiva, dunque, si può esercitare. Eppure i giovani sono spesso emotivamente instabili e indifferenti, privi dell’empatia tanto necessaria all’instaurarsi di relazioni interpersonali profonde. Se nel processo educativo sono coinvolti in diverso modo la famiglia, la scuola e in larga parte la società, secondo lei qual è l’anello debole della catena?

Secondo me non c’è un anello debole, probabilmente la catena non è solida nel suo insieme, nel senso che ciascun componente dovrebbe prendere atto delle proprie responsabilità. Parlerei piuttosto di una catena aperta, dove il primo anello è anche l’ultimo e, in questa circolarità, inizio e fine si sovrappongono, bisogna che ciascuno assolva il proprio compito. Come? È difficile a dirsi. Innanzitutto occorre il rispetto dei ruoli.

Poi è necessario costruire un vocabolario comune, spesso alle parole corrispondono significati diversi perché i genitori, i docenti e tutte le altre figure che concorrono alla formazione culturale, emotiva, sociale di un bambino non sempre condividono lo stesso codice comunicativo. E di queste interpretazioni troppo personalistiche, vittima e carnefice è la scuola, incapace, anche al suo interno, di attribuire un determinato significato alle parole.

In questo senso la scuola è debole: non ha ancora preso atto che la delegittimazione dipende da lei stessa, che non sfrutta appieno le proprie potenzialità, e soprattutto, senza progetti aggiuntivi, è troppo poco aperta rispetto al grande investimento di danaro che si fa sulle risorse umane. A tal proposito dovrei aprire una lunga polemica.

Futuro: un concetto da riscrivere, anche attraverso l’intelligenza emotiva

Secondo la nota definizione degli psicologi Benasayag e Schmit viviamo L’epoca delle passioni tristi, il futuro è una minaccia e non più una promessa. In che modo la scuola può aiutare a sviluppare di nuovo, come era negli anni Sessanta, un’idea positiva del domani?

Molta acqua è passata sotto i ponti. Quando andavo a scuola io, dovevo studiare perché dopo avrei sicuramente trovato un lavoro. Adesso il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro si è fatto molto complicato: in alcune fasce sociali si studia di default, in altre l’importanza di una buona istruzione non è data per scontata. Siamo la società del “clicco e ottengo”, della velocità, il che è diseducativo per i ragazzi, ai quali è difficile dire – Studia! Così forse tra quindici anni avrai un lavoro. D’altronde, forse, non sappiamo più proiettarci lontano neanche noi adulti. Credo che dovremmo raccontarla diversamente da come l’hanno raccontata a noi: dobbiamo riscrivere l’idea di futuro, riscrivere il linguaggio con il quale si parla di futuro.

Ecco perché la scuola deve dare spazio alle emozioni, deve insegnare a risolvere situazioni impreviste, deve tirar fuori un modo diverso di ragionare. Il vincente oggi è chi si aggrappa al suo coraggio, alla sua determinazione, a se stesso senza lagnarsi. Se mi insegnano che non esiste un percorso prefigurato da qui a quindici anni, ma che dovrò costruirmelo io, con quello che ho dentro, allora lo troverò dentro di me il futuro.

Quanto potrò relazionarmi con un domani di cui nessuno mi dà certezza? Ecco che torniamo all’importanza delle relazioni, dell’intelligenza emotiva. A scuola non si va solo a imparare per imparare nozioni. Bisogna insegnare ai nostri ragazzi a cercare dentro se stessi le risposte per affrontare un futuro incerto, per evitare di restare in balia degli eventi. Siamo passati dalla società del “conoscere” alla società del “saper fare”: intanto sei in quanto sai fare. La scuola, da questo punto di vista, assume un ruolo fondamentale ma, al momento, mi sembra perdente perché gli stessi operatori sono figli della società della conoscenza.

L’educazione emotiva come strumento di inclusione

La scuola di oggi porta avanti una politica di tipo inclusivo che si pone come obiettivo quello di valorizzare la soggettività. Lei che è stato tanti anni a Scampia, quartiere noto per la sua problematicità, pensa che l’educazione emotiva potrebbe aiutare a includere la diversità e lo svantaggio?

Quando impieghiamo i termini “inclusione” e “svantaggio”, ci dobbiamo mettere d’accordo sul loro reale significato: ho visto ragazzi vivere in un contesto sociale di deprivazione, ma far leva sulla loro voglia di riscatto, sulla volontà di andare avanti, trovando una forza incredibile in se stessi.

Basterebbe ribaltare il punto di vista: io insegnante dovrei chiedermi come capitalizzare il vissuto problematico di un ragazzo anche a vantaggio degli altri e viceversa. Se faccio un lavoro solo sui contenuti per quel singolo ragazzo non c’è speranza, ma se io, pur tenendo conto dei contenuti, metto in relazione tutti quei ragazzi sul piano emotivo e, fermo restando le difficoltà sui contenuti, gli riconosco una dignità emotiva, sociale, e lo faccio perché ci credo veramente, quel ragazzo diventerà una risorsa. Inclusione vuol dire “dare dignità a ciascuno” con la consapevolezza che ognuno è utile agli altri, ma dall’acquisire questa consapevolezza siamo ancora lontani, credo anzi che non abbiamo nemmeno cominciato.

Gli effetti collaterali del “social” a tutti i costi

Lei è un dirigente “social”: dalla pagina facebook della sua scuola propone articoli, riflessioni, condivide, segue, commenta e distribuisce like… crede che i social possano realmente arricchire le relazioni umane e contribuire alla crescita emotiva delle persone? Insomma la partecipazione virtuale alla vita degli altri ci coinvolge davvero emotivamente?

A mio giudizio resta in superficie. Credo poco a un rispecchiamento emotivo reale, leggo molte frasi fatte, aforismi, poco di personale. Forse facebook è solo una piazza telematica dove non si ha il coraggio di non esserci. Io parlo molto con ragazzi e genitori e pochi si rendono conto degli effetti collaterali dell’uso dei social, di quanto la scuola riceva danno da commenti inappropriati – anche sulle chat di WhatsApp – che il più delle volte non hanno il minimo fondamento di verità. C’è voglia di partecipare a tutti i costi, senza rendersi conto degli effetti collaterali di quanto si dice. E spesso non si ha il coraggio di tirarsene fuori perché si teme l’isolamento …

Il fil rouge della visione di Paolo Battimiello: l’educazione come cura e ascolto

È un torrente in piena il professor Battimiello, sempre appassionato e quasi emozionato quando parla dei “suoi” ragazzi, per questo voglio concludere la sua testimonianza con quello che, a mio avviso, è il fil rouge della sua visione di educatore e punto di riferimento della comunità scolastica, cioè la disponibilità alla cura dell’altro – studente, insegnante, genitore – che parte dall’ascolto vero, finalizzato a una reale comprensione e una possibile soluzione del problema.

Il più grande passo avanti è avere il coraggio di dire – Ho sbagliato, dammi una mano! La scuola è il luogo simbolo del darsi una mano, è vero non risolve i problemi familiari ma aiuta a formare i ragazzi. Se un genitore viene da me a condividere una difficoltà del figlio la prima cosa che deve dire è – Io sono disposto a fare questo ma tu, scuola, dammi una mano! Collaborare vuol dire essere disposti a mettere qualcosa di se stessi nella situazione problematica, spesso i genitori ci mettono solo l’emotività dall’altra parte i docenti non hanno sempre un’adeguata e profonda cultura pedagogica. Le problematiche nascono quando non si hanno le idee chiare e si naviga a vista …

Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma sono le quattro, a scuola proseguono i laboratori e c’è fermento nei corridoi. Vado via con tanti spunti di riflessione e una sensazione di benessere, di fiducia. La partita da giocare per il futuro di chi ci sta più a cuore, i nostri ragazzi, è davvero troppo importante anche per noi.

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Di più sull'autore

Giornalista free lance, impegnata nel mondo dell’editoria da più di vent’anni, credo nel valore sociale della cultura, nei libri che diffondono le idee, nelle potenzialità della comunicazione digitale. Nella scrittura metto passione, annodo parole e pensieri, speranze. Il mio altrove, la mia stanza tutta per me …

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  • Clementina Torrese 12 aprile 2017 alle 1:09

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