L’educazione è una forma d’amore. E dura per sempre… secondo episodio

Elisabetta Rossini ed Elena Urso ci parlano di come educare alle emozioni con l’esempio

Ed eccoci qui al secondo appuntamento con Elisabetta Rossini ed Elena Urso, in cui ci soffermeremo su come educare alle emozioni con l’esempio.

Prima di cominciare però, per rendere la mia serie blog degna di tal nome, non posso mancare di introdurre il nuovo episodio con la sintesi di quanto accaduto nei precedenti.

Educare con l’esempio

Nel primo episodio dell’incontro che ho avuto con Elisabetta ed Elena, abbiamo parlato di esempio e, precisamente, di quanto sia rilevante il ruolo che svolge nell’educazione dei nostri piccoli.

A pensarci bene, credo che di quanto sia fondamentale ce ne possiamo accorgere tutti piuttosto facilmente. Basterà che ci soffermiamo su una delle tante volte in cui, osservando i nostri figli, riconosciamo nei loro comportamenti i nostri, nelle loro espressioni quelle che talvolta vediamo allo specchio, nelle loro parole i modi di dire che usiamo abitualmente.

Tuttavia, come ci ha fatto notare Elena Urso, tutto va bene quando quello che vediamo ci piace: ne siamo orgogliosi, proprio come lo siamo di quella parte di noi stessi che il nostro piccolo ha assorbito. Quando però quello che vediamo ci turba, perché non riusciamo a codificarlo come qualcosa di “positivo” o di “bello”, allora sorgono i problemi: difficilmente riusciamo a mettere in relazione l’esempio che stiamo offrendo con quel comportamento che non ci piace, difficilmente cioè riusciamo a fare una analisi di noi stessi.

E invece, è proprio da lì che dovremmo partire, da una rivisitazione dei nostri comportamenti. Si tratta di un lavoro duro, in cui le buone intenzioni non sono sufficienti, soprattutto perché, mentre lo compiamo, i nostri piccoli ci osservano con i loro “sensori della verità” sempre accesi, formidabili nel sentire quello che sentiamo e nell’individuare le incoerenze tra quello che proviamo e quello che facciamo, pronti a “smascherarci”, come ci ha spiegato efficacemente Elisabetta Rossini.

Prima che ci smascherino loro, allora, buttiamola via noi la maschera!

Per riuscirci, possono tornarci utili i consigli che si leggono tra le righe di questo secondo episodio, in cui Elisabetta ed Elena ci spiegano come educare alle emozioni con l’esempio.

Educare alle emozioni con i fatti e con le parole

Francesca: Come sapete bene, noi di A scuola di emozioni siamo molto interessati, alla sfera emotiva. Allora, continuando a parlare di esempio, vorrei chiedervi: quanto conta quello che diamo ai nostri figli per insegnar loro a vivere in armonia con le emozioni che sentono dentro?

Elisabetta: In questo aspetto c’è grande difficoltà per noi adulti, perché siamo abituati a catalogare le emozioni come “belle” e “brutte”. Quelle brutte devono essere delimitate, circoscritte, non manifestate spesso, in famiglia soprattutto, e soprattutto davanti ai bambini, per non dare preoccupazioni. Per cui c’è un tabu!

Per i bambini invece esistono le emozioni in generale. E le provano tutte. Quella più clamorosa è la rabbia, che vediamo tutti, anche perché ci turba di più nei piccoli. Come diceva Elena, quando il bambino comincia a esprimerla, viene classificato subito come “oppositivo”. E questo accade perché la rabbia non viene vista come una emozione naturale. Invece, anche per le emozioni considerate “negative”, non si dovrebbe mai dimenticare che i bambini assorbono come spugne quello che è intorno a loro e che, quindi, l’esempio dato da noi adulti risulta fondamentale.

Se noi per primi urliamo, e quando dico urliamo intendo “sempre”, perché è chiaro che l’urlo scappa a tutti ed è umano. Però, se il nostro modo di affrontare la rabbia è urlare, in qualsiasi circostanza, è ovvio che il bambino assimilerà lo stesso comportamento per vivere questa emozione.

La tristezza? Se ci chiudiamo, non ne parliamo mai, il bambino tenderà a fare altrettanto, perché non saprà proprio come comportarsi diversamente. Se non gli mostriamo noi cosa può fare quando sente una particolare emozione, se non iniziamo noi a dare un nome a quello che sente, il bambino difficilmente potrà trovare una strada da solo.

Certo, più è piccolo, più dovremo andare per intuito, perché non sempre è possibile capire che cosa prova esattamente, oppure perché prova una determinata emozione. Però, parlare di noi stessi dicendo, per esempio, “anche a me capita di sentirmi triste”, crea un ponte comunicativo, che, intanto, normalizza uno stato d’animo e non fa sentire il bambino né in colpa né sbagliato, e poi gli permette di capire che ne può parlare, ovviamente quando sarà in grado di verbalizzare il suo sentire.

Per cui, può essere utile cominciare a dare noi delle alternative, degli esempi di comportamento. E ciò non consiste solo nel mostrare il nostro modo di fare abituale, ma anche nel fornire ai bambini delle vere e proprie indicazioni: “quando sei arrabbiato non puoi tirare i pugni a nessuno, ma puoi prendere un bel respiro e spiegare cos’è che ti ha fatto arrabbiare”; “quando la mamma è triste ne parla con il papà/piange un po’/cerca di pensare a dei momenti belli, tu cosa potresti fare?”

Insomma, cercare di dare un esempio su noi stessi, per far capire al bambino che quello che prova lui lo proviamo anche noi. E coinvolgerlo attivamente nel trovare una soluzione o, se invece è più piccolo, suggerirgli noi un modo, finché non trova il suo.

Però, la difficoltà principale è proprio con le emozioni che noi classifichiamo come “negative”. La felicità, ovviamente, la si accoglie con tranquillità.

Francesca: Eppure, anche nel caso delle emozioni “belle”, ho notato che può sempre subentrare il problema della “gestione”. Mi viene in mente proprio la felicità: delle volte non è facile capire dove questa finisce e comincia l’ipereccitazione. Due cose ben diverse. Perché, come tutte le emozioni, mi sembra che anche la felicità vada gestita e contenuta, usando un termine, “contenimento”, che si applica tanto alle emozioni “negative”, invece forse si potrebbe adattare a tutte. Proprio perché hanno tutte la stessa dignità.

Elisabetta: E poi sono tutte ugualmente intense per i bambini. Per cui anche la felicità è travolgente. Ci impressiona meno perché è positiva, però il bambino ha lo stesso bisogno di avere un esempio, una guida, un contenimento, come dicevi tu, e un suggerimento sul nome da dare a quell’emozione e su come viverla.

Educare alle emozioni parlando dei nostri stati d’animo

Elena: Una cosa che noi adulti facciamo poco è proprio parlare delle nostre emozioni, anche “gratis”. Cioè, spessissimo, torniamo a casa dal lavoro, magari è successo qualcosa in particolare che ci ha innervosito o siamo semplicemente un po’ stanchi, e finiamo per reagire bruscamente. Però, non ci fermiamo mai prima, anche solo dicendo: “bambini la mamma, oggi al lavoro, ha litigato con un collega, adesso è un po’ stanca e nervosa e ha bisogno che collaboriamo per passare una serata serena”. Aspettiamo sempre che la situazione esploda, magari in seguito a un comportamento del bambino, e che la nostra stanchezza, il nostro nervosismo contribuiscano a innescare il conflitto.

Invece, oltre alle regole, che dovrebbero essere fisse in una casa – per cui il bambino sa che seguendole fila tutto liscio e se invece qualcuna viene infranta c’è una sanzione, una reazione da parte di mamma e papà – dovremmo cercare di definire e dare un nome anche a tutta quell’altra gamma di reazioni e di stati d’animo che fanno parte della vita quotidiana e che rendono il nostro grado di tolleranza variabile, com’è naturale che sia.

Ecco, queste cose non le spieghiamo mai ai bambini, non le verbalizziamo. E invece sarebbe molto importante farlo, perché, da una parte, ciò darebbe modo a noi di decomprimere – perché dichiariamo come stiamo – e, sull’altro fronte, darebbe ai piccoli una chiave di lettura più profonda della situazione che stanno vivendo con noi, uno strumento in più per interpretare meglio quella sensazione di incoerenza che si può sostanzialmente racchiudere in pensieri come “oggi la mamma mi ha sgridato, ma io non ho ben capito cosa è successo”.

Francesca: Sì, perché magari loro sono lì che aspettano il ritorno a casa del genitore, associato sempre a una emozione “positiva”, di piacere, di felicità, e poi invece si ritrovano davanti un adulto che è sintonizzato su una emozione diversa, e che magari fa anche uno sforzo, ma che però…

Elena: …stride. È quello che diceva prima Elisabetta “i bambini sentono quello che sentiamo noi”, per cui, se vedono nell’adulto un comportamento che non corrisponde allo stato emotivo che loro percepiscono, si sentono sbagliati. Cioè, non pensano “papà mi sembra triste e sorride, che strano!”. Allo stesso modo, pensare “magari sto sbagliando a interpretare l’emozione di papà!” è un passaggio ancora troppo complesso, e così si sentono sbagliati loro. E allora si innescano tutta una serie di meccanismi…

Francesca: …intendi il senso di colpa?

Elena: Sì, ma anche proprio di comportamento, in cui magari il bambino si innervosisce a sua volta, ed ecco che si realizzano quelle serate impossibili, che tutte le famiglie conoscono!

Elisabetta: Oppure il bambino si sente responsabile. Dichiarare “oggi ho avuto una giornata pesante, sono nervosa/irritata/triste” non vuol dire scaricare su nostro figlio un peso adulto, significa invece l’esatto contrario, dargli la possibilità, intanto, di non sentirsi in colpa per il nostro stato d’animo e, poi, di capire che quella risposta meno paziente del solito ha una motivazione.

L’importanza del dialogo per “riparare”

Francesca: Ho notato, perché mi è capitato, che delle volte non si fa questa dichiarazione iniziale, come dicevi tu Elena – anche perché magari quella dichiarazione non si è fatta nemmeno ancora con se stessi – poi però, una volta che ci si ritrova a “ballare” nella routine familiare, stanchi un po’ nervosi, o altro, è in quel momento che la rabbia, la frustrazione vengono fuori, seppure non sempre in maniera violenta, e si traducono in un conflitto con i bambini. Però, io penso che, anche in quel caso, si può comunque fare qualcosa per “aggiustare” la situazione, e magari si può tentare di fare un’analisi con il bambino di quello che è successo. Questo può essere utile?

Elisabetta: L’importante è mantenere una differenza tra la reazione e il comportamento: se la sgridata è stata eccessiva, perché abbiamo avuto una brutta giornata, è necessario dividere tra i toni utilizzati e un comportamento che non si accetta in ogni caso. E soprattutto mantenere il ruolo. Bene quindi parlare al bambino di conflitto, che è fondamentale nelle relazioni, ma non di litigio, perché il litigio crea una relazione paritetica, tra pari si litiga, invece, mamma e papà sgridano.

Si deve mantenere l’asimmetria tra genitori e figli. Per esempio, possiamo dire: “la mamma ti ha sgridato, però ha urlato troppo, ma lo sai che questo comportamento non va bene”. In questo modo facciamo capire che a essere sbagliato era il tono usato e non il rimprovero.

Elena: Volevo aggiungere che prima hai usato la parola  “aggiustare” e che questa si applica a un concetto, poco diffuso, tecnicamente chiamato “riparazione”. Cioè quando c’è una rottura, un conflitto, la cosa che spesso non viene in mente è quella di andare a riparare. E invece la riparazione dà, intanto, un senso diverso a quello che è accaduto e poi, di nuovo, mostra come si può fare a risolvere. Inoltre comunica un messaggio importante, e cioè che non è tutto definitivo, non è tutto perfetto. Si possono fare degli errori, si può agire male, ma si può anche aggiustare. Non tutto, come sappiamo noi adulti. Ma non occorre che lo sappiano da bambini. Anche perché le macrocose definitive e assolutamente irreversibili, anzi la macrocosa, e cioè la morte, la conoscono bene.

Fondamentale per crescere è la speranza. A volte sembra un discorso astratto, ma nel concreto questo sentimento si coltiva anche mostrando come andare ad aggiustare.  È tutto normale, sia che si degeneri sia che ci sfugga il controllo in alcuni momenti, però c’è la possibilità di un recupero. Per cui mostriamola! E possiamo farlo anche dicendo: “quello che hai fatto non si fa per questa e quest’altra ragione… però io ho esagerato perché ho perso la pazienza, ero stanca/nervosa”.

Qualche volta quindi possiamo spiegare che il tono sbagliato è dipeso da fattori esterni al bambino – come la nostra stanchezza o il nostro nervosismo – altre volte invece possiamo dire: “perché te lo dico sempre e non siamo ancora riusciti a trovare un equilibrio”. Queste cose vanno bene e non dobbiamo temere che alimentino eccessivamente il senso di colpa del piccolo, perché se è vero che il pericolo di un senso di colpa spinto all’estremo è quello di poter bloccare i bambini nell’espressione di sé, è altrettanto vero che non deve essere rimosso e che, anzi, va gestito.

Francesca: È rassicurante per me quello che stai dicendo, perché personalmente sono convinta che il senso di colpa sia un modo per i piccoli di capire che anche i loro comportamenti possono avere degli effetti sugli altri. Questo non significa che è sempre colpa loro, ma devono gradualmente imparare a comprendere quali sono le proprie responsabilità, non attribuirle sempre a qualcun altro.

Elena: Sì, perché tanto lo fanno naturalmente, proprio per espellere questo senso di colpa. Quante volte li sentiamo pronunciare “non sono stato io!”, quando non può essere stato nessun altro.

Elisabetta: L’importante è poi, man mano che crescono, fare quello che dicevi tu, non andare a togliere ogni conseguenza: ci sono delle azioni che ne hanno di brutte, più o meno gravi, e i bambini devono acquisirne la consapevolezza. Se tendiamo sempre a trovare una giustificazione o a dare la colpa ad altri, allora sì che corriamo quel rischio di deresponsabilizzare completamente il bambino. Con conseguenze negative per lui stesso. Perché l’effetto di questa deresponsabilizzazione se lo porterà senz’altro nell’età adulta sentendosi, o infallibile, perché gli è sempre stato detto “qualsiasi cosa accade non è colpa tua”, o perseguitato da tutti, perché, se quando si lamentava gli si diceva sempre “tu hai ragione, sono gli altri cattivi”,  il bambino sarà senza dubbio cresciuto pensando “il mondo ce l’ha con me”.

Per concludere questo secondo episodio dell’Educazione è una forma d’amore, vorrei afferrare l’estremità del fil rouge che Elisabetta ed Elena mi porgono e che corre nella profondità delle loro parole, costituendone, a mio avviso, il nucleo interno.

È un filo rosso, questo, tracciato da due concetti strettamente collegati: esempio e dialogo, dialogo e ancora esempio. Perché, un esempio che si proponga di essere “strutturato” non può prescindere da un dialogo “vero”, che lo spieghi e lo motivi . Allo stesso tempo, un dialogo che sia – voglio ribadirlo – “vero” non può fondarsi su un esempio che non sia “strutturato”, cioè “consapevole”, che parta dunque da una riflessione sul nostro modo di essere con noi stessi e con il mondo di cui i nostri figli rappresentano la parte più vicina.

Esempio e dialogo, dialogo e ancora esempio. Camminano a braccetto, nell’educazione, nell’educazione emotiva, nell’educazione alla gestione delle emozioni “negative” (di cui parleremo la settimana prossima nel terzo e ultimo episodio), nella nostra vita di genitori ed educatori.

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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Commenti

  • Giulia 26 ottobre 2017 alle 12:50

    Buongiorno, come fare nel caso di conflitti (gravi) familiari per i quali non si è riusciti a trovare una soluzione a cusa dell’incapacità/assenza di voontà delle persone coinvolte? Come spiegare ai piccoli perchè vi sono (purtroppo) conflitti insanabili? E che non dipendono da loro/da alcuni membri della famiglia (madre), seppur siano state cinvolte?

    Rispondi
    • Francesca de Robertis 30 ottobre 2017 alle 10:32

      Cara Giulia,
      ho sottoposto la sua domanda anche a Elisabetta Rossini ed Elena Urso, il loro e mio suggerimento, per conflitti “gravi” come quelli a cui fa riferimento è di rivolgersi personalmente a uno specialista, al quale spiegare la situazione in modo dettagliato, al fine di trovare, con il suo aiuto, il modo migliore per accompagnare il bambino verso la conprensione di quanto sta accadendo intorno a lui e che lo coinvolge.

      Rispondi

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