La didattica dell’ascolto nelle parole di Franco Lorenzoni

I bambini hanno più da dare che da ricevere

Duemilasettecento anni fa, un gruppo di greci sbarca in Sicilia, nei pressi di Siracusa, e fonda una città. Megara Hyblaea la chiamano i suoi fondatori, per raccogliere in un nome il proprio passato e il proprio futuro, poiché Megara è la città da cui provengono, la memoria che portano con sé, del re Iblone è la terra che li accoglie, la possibilità di avere un domani.

Quando nella seconda metà dell’Ottocento, durante i lavori di costruzione della ferrovia da Catania a Siracusa, vengono alla luce i resti di questa antichissima città, una particolarità emerge dal primo momento: nel centro c’è uno spazio vuoto. Nessun tempio, nessun palazzo regale, niente che rappresenti il potere. Solo uno spazio, e vuoto.

Ascoltando Franco Lorenzoni tra le mura della Bicocca

È questa storia che il maestro Franco Lorenzoni comincia a raccontarci mentre ci accalchiamo nell’enorme aula magna dell’Università Bicocca. E noi, studenti, insegnanti, genitori, appassionati di educazione ascoltiamo con attenzione per capire bene dove ci condurrà.

Siamo accorsi all’invito di Monica Guerra e Ivano Gamelli, per riflettere sulla nostra scuola, sui bambini che ne sono i protagonisti, su ciò che possiamo fare per renderla una comunità in cui apprendere, accogliere, in cui sperimentare l’inclusione vera, quella che tiene conto delle differenze e le considera una risorsa. Siamo accorsi per conoscere strumenti, per capire come si può fare.

E forse è proprio perché anche io sono carica di tutte queste attese, come mamma, come professionista, come appassionata di parole, che un brivido mi scuote quando realizzo dove ci sta portando il maestro Franco con l’immagine di questa antica città vuota nel mezzo.

Il vuoto è lo spazio dell’ascolto

Nell’epoca del riempimento – dello spazio, del tempo, di ogni cosa – ci troviamo a riflettere sul vuoto. A cosa serviva? Perché quei greci di quasi tremila anni fa avevano deciso che al centro non doveva esserci nulla? La risposta, il maestro Franco, ce la dà con le parole di Jean-Pierre Vernant.

“In quello spazio vuoto c’è la più antica traccia della democrazia. Uno spazio dedicato all’incontro, al commercio, alla parola.”

Ho la sensazione che per un attimo restiamo tutti in sospeso. L’affermazione di Vernant si intrufola nelle nostre menti in quella breve pausa vuota che il maestro Franco fa prima di continuare.

“È importante pensare che la più antica traccia di democrazia sia nel vuoto. Perché il vuoto, uno spazio vitale non figurato, è anche quello che noi dobbiamo creare in classe se vogliamo provare a instaurare un rapporto democratico con i ragazzi. Siamo in un mondo in cui c’è sempre un po’ di troppo pieno e, invece, l’ascolto si fonda sul vuoto.”

Quel vuoto che riusciamo a creare quando, di fronte a un altro, sospendiamo il giudizio, facciamo un passo indietro per dare spazio alle sue parole, aspettando il nostro momento per fare un passo avanti, in una sorta di “danza della reciprocità”.

Reciprocità. È molto bella la storia di questa parola, perché recus vuol dire ‘indietro’, mentre procus significa ‘avanti’. Reciprocità significa fare un passo indietro, perché se faccio un passo indietro do spazio all’altro e poi potrò fare io un passo avanti. Ma ricordiamoci sempre che il primo passo da fare è sempre indietro.”

Bellissima questa parola, davvero! Ma penso subito a quanto è difficile trasformarla nel ritmo armonioso di un dialogo sincero, che mette in connessione due o tante persone, generando arricchimento, espansione. Eppure sono convinta che riuscirci sia una necessità, per la nostra società e, ancor prima, per la nostra scuola, uno dei primi e più importanti luoghi sociali in cui noi tutti ci inoltriamo, già da piccoli.

Una necessità, sì! E innanzitutto nella scuola, ancora sì! Perché come ci spiega il maestro Franco con una frase di Donald Winnicot:

“Nessuno si accorge che un bambino ha più bisogno di dare che di ricevere.”

Un bambino ha bisogno di dire. Mi viene immediatamente in mente mia figlia, quando scopre qualcosa e si gira a cercarmi, per condividere con me la sua scoperta, per raccontarmela, come se fosse la prima volta nella storia del mondo in cui viene scoperto che i fiori hanno il polline, che i sassi affondano nel mare e la foglia invece galleggia, che la Luna non ha sempre la stessa forma. E poi penso ai suoi amici, a tutti i bambini che ho incontrato nella mia vita e a tutte le loro scoperte, a tutte le parole e i disegni e i salti che hanno usato per raccontarle e mi convinco che, se è vero che tutti i bambini sono diversi e a modo loro unici, in questa esigenza di raccontare il mondo-secondo-loro c’è un carattere “universale”, un tratto comune che noi adulti abbiamo il dovere di accogliere in tutta la sua pienezza.

“Perché se i bambini, costantemente, non trovano ascolto, si convincono che non hanno nulla di interessante da dire.”

E, se si convincono di questo, perdono le parole per descrivere il loro mondo e, con esse, perdono la prima e più grande opportunità di apprendimento.

“La scuola deve essere invece il luogo in cui i bambini si sentono a loro agio nel dire ciò che pensano e nel raccontare il farsi del loro pensiero. Cosa non semplice, ma che secondo me è la base di una pedagogia ‘aperta’. È per questo che oggi qui con voi voglio riflettere sull’architettura della didattica dell’ascolto.”

La didattica dell’ascolto: avere una grande visione

Devo ripeterla a voce alta questa definizione, lo faccio ora, di nuovo, mentre la riscrivo: DIDATTICA DELL’ASCOLTO. Mi è subito chiaro che racchiude qualcosa di davvero grande quando il maestro Franco comincia a focalizzare gli obiettivi che la scuola deve porsi attingendo alle parole grandi di grandi pensatori, di grandi leggi, di grandi esperienze pedagogiche. Perché, come esordisce citando Nora Giacobini:

“Si può educare solo avendo una grande visione.”

E la prima grande visione che ci suggerisce è quella contenuta nell’articolo 3 della nostra Costituzione.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.”

Eccolo il primo obiettivo che deve porsi la nostra scuola: garantire ai propri alunni la libertà, “di scegliere il proprio destino e la propria vocazione”.

“La scuola dovrebbe essere incubatrice di vocazioni, diceva il giurista e costituzionalista Piero Calamandrei, ma per scoprire la propria vocazione si deve avere la libertà di farlo.”

Penso che si tratti di grandi visioni davvero! Libertà, destini, vocazioni. Era anche l’epoca del dopoguerra però, quando c’era un desiderio di ricostruire, e meglio di prima, sospinti da grandi ideali e dalla forza e responsabilità che derivano dall’essere sopravvissuti. Ma ecco che facciamo un salto dal passato remoto a quello più prossimo.

“La scuola realizza appieno la propria funzione pubblica impegnandosi nel successo scolastico di tutti gli studenti, con particolare attenzione al sostegno delle varie forme di diversità, disabilità, svantaggio.”

È uno stralcio delle Indicazioni nazionali del 2012, che il maestro Franco ci legge per farci riflettere sulla parola “tutti”.

“Chiunque insegna sa che la parola “tutti” è la più grande sfida!”

La libertà per tutti, di esprimersi, di scegliere il proprio destino, di comprendere la propria vocazione, oltre gli svantaggi, oltre le disabilità, dentro la diversità intesa come una risorsa.

La didattica dell’ascolto: favorire il dialogo euristico nella molteplicità dei linguaggi

È una visione grande, difficile da realizzare quella del maestro Franco. Ma è anche una visione realistica, che si può realizzare, andando oltre le strutture carenti, i banchi rotti, gli stipendi bassi, le opposizioni di dirigenti e colleghi, le prove Invalsi. Si può realizzare con strumenti semplici come spaghi, bastoncini di legno avvitati insieme, progetti di casette incisi coi rametti nella terra del giardino, ritratti all’aria aperta di visi scolpiti dall’ombra. Si può realizzare inventando parole nuove per unire storie diverse, parole come l’Astrometria, che unisce lo studio dello spazio e delle forme geometriche in un unico disegno. Si può realizzare – innanzitutto – dando la parola ai bambini per esprimere il loro pensiero, perché I bambini pensano grande. E vale la pena ascoltarli.

Me ne convinco mentre il maestro Franco ci spiega il suo metodo, quello che usa in classe, nella sua scuola di Giove, in Umbria, con i suoi bambini, da trent’anni. Un metodo che si fonda sulla convinzione che il dialogo euristico è alla base del vero apprendimento.

Euristico. Una parola un po’ pomposa forse, che viene da quell’eureka gridato da Archimede nella vasca da bagno, l’esclamazione della scoperta. Anche i bambini fanno  – Eureka! –, pensano cioè di aver scoperto qualcosa, ma nessuno gliela fa raccontare.”

A questo punto ci lancia una domanda, una sorta di provocazione.

“Quali sono le condizioni in classe in cui noi diamo la possibilità al bambino di dire ‘Ho scoperto qualcosa’?”

Ecco un’altra pausa che invita a riflettere, subito seguita dalla risposta che ha trovato per sé.

“Nella mia esperienza, è il dialogo il luogo più ricco, più generativo, quello in cui si verifica maggiormente questa possibilità di condividere il pensiero. Ma il problema è che dobbiamo insegnare poco: se noi stiamo tutto il tempo a insegnare, loro non possono imparare. Se passiamo il tempo a dir loro come devono pensare, loro non possono pensare.”

Un dialogo che tuttavia non può svilupparsi usando un unico linguaggio, cioè quello della lingua, ma deve aprirsi a una molteplicità di linguaggi – come l’arte per esempio, o i movimenti del corpo – perché i bambini si esprimono in maniera diversa e bisogna essere disposti ad ascoltarli, tutti.

“La molteplicità dei linguaggi è il primo grande territorio dell’inclusione.”

Perché “libertà per tutti”, la grande visione che abbiamo accolto con il maestro Franco, significa proprio questo: inclusione.

La didattica dell’ascolto: fare meno cose dense di senso

Ma se vogliamo concretizzarla sul serio questa libertà, se vogliamo dare dignità di parola a tutti con il proprio linguaggio, se vogliamo creare un clima favorevole alla scoperta, ecco che c’è un imperativo.

“Io insegnante devo fare meno cose! Perché altrimenti riempio tutto lo spazio con la mia ansia, con le tante cose che penso i bambini debbano sapere, e questo toglie senso. Perché il nemico peggiore è il non senso.”

Ce lo spiega con un esempio il maestro Franco che cosa intende per non senso.

“Ero in una seconda elementare, quarant’anni fa, era il mio primo anno di insegnamento, periferia romana, Magliana. Problema. – Bambini che cos’è un problema? – Il problema è che mia madre non mi manda giù a giocare! –Il problema è che mio padre non mi porta al mare, la domenica! – e così via, fin quando un bambino si alza e fa – Maestro ho capito! Ci sono due tipi di problemi: i problemi nostri e i problemi del quaderno!”

“Se la scuola è i problemi del quaderno abbiamo perso!”

Perché la scuola deve trovare e proteggere la connessione tra i problemi nostri – cioè della vita – e i problemi del quaderno. Una connessione “vitale”, perché l’unica capace di dare senso a ciò che si fa in classe e renderlo per i bambini non solo una cosa da fare perché piace all’insegnante o al genitore, per avere un voto, ma da fare perché vogliono farla, perché piace a loro e li appassiona.

La didattica dell’ascolto: meno pretesti e più azione

Molte altre sarebbero le cose che vorrei raccontarvi di questa densissima mattinata che ho potuto trascorrere ad ascoltare Franco Lorenzoni, ma spero che possiate presto avere voi stessi una esperienza così, perché questo maestro è anche molto attivo e operativo nel divulgare e condividere le sue “scoperte”. Per questo vi invito a seguirlo e a seguire le iniziative che propone presso il Cencicasalab, la sua casa laboratorio aperta a grandi e piccoli che credono nelle grandi visioni.

Una cosa però voglio aggiungerla qui, prima di lasciarvi alle vostre riflessioni, una sensazione. Mentre tornavo a casa, sospinta da un entusiasmo che mi faceva volare proprio come la mia Verdolina, sentivo un pensiero premere sulle mie labbra, quanto sarebbe bello se tutti noi facessimo come il maestro Franco: smetterla di aspettare soluzioni dall’alto, mettere da parte i pretesti e agire, e non perché dobbiamo farlo, ma perché ci piace.

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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