Bambini e nuove tecnologie: la connessione umana è live non online

Incontro con Marina Massenz: la dipendenza digitale in età evolutiva

Le nuove tecnologie fanno parte della nostra vita. È un dato inconfutabile. Sono nelle nostre case, nei nostri uffici, nelle nostre scuole, nelle nostre mani. Ma c’è un luogo in cui non devono entrare. E quel luogo è lo spazio fisico e mentale che unisce in una connessione umana profondissima un genitore e il suo bambino.

A dirlo non sono io. Io mi limito a “urlarlo” qui, proprio su quel web che le nuove tecnologie le nutre. A dirlo, con voce ben più autorevole della mia, è l’Associazione Americana Pediatri.

Tecnologie in età evolutiva: L’ABC dell’Associazione Americana Pediatri

A

Evitate l’uso dei media digitali (eccetto le video-chat) nei bambini con meno di 18 o 24 mesi.”

B

“Per i bambini di età compresa tra i 18 e i 24 mesi, se volete introdurre i media digitali, scegliete programmi di alta qualità e usateli insieme a loro. Evitate che, in questa fascia di età, i bambini usino i media digitali da soli.”

C

“Per i bambini tra i 2 e i 5 anni di età, limitate l’uso degli schermi a un’ora al giorno di programmi di alta qualità, guardateli insieme a loro, aiutateli a comprendere quello che stanno vedendo e ad applicare al mondo (reale n.d.r.) intorno a loro quanto hanno imparato.”

Mi sembra chiaro: niente nuove tecnologie prima dei 18-24 mesi e poi una introduzione graduale, moderata, selezionata, consapevole, di qualità e, soprattutto, condivisa!

Perché sono necessarie delle linee guida?

Non avevo mai pensato al fatto che esistessero delle linee guida per l’uso delle nuove tecnologie. Ma, in effetti, mi rendo conto che, di fronte ai tanti problemi da cui è afflitta questa società complessa in cui ci dimeniamo freneticamente, era piuttosto inevitabile che dal mondo della ricerca venissero, insieme a dati e statistiche allarmanti, dei “consigli” pratici e scientificamente motivati per dare a quegli stessi dati e statistiche una concreta speranza di inversione di tendenza.

Così, quando la neuropsicomotricista e direttrice del centro Kadamà di Milano, Marina Massenz, ha aperto la discussione su “La dipendenza digitale in età evolutiva” alla quale stavo partecipando, non mi sono sorpresa che iniziasse proprio da queste linee guida formalizzate negli States, indicandole come un appiglio saldo in quello che lo psichiatra Daniele La Barbera definisce un vero e proprio “cambiamento antropologico”, in cui dobbiamo ambire a “diventare degli interpreti attivi e critici”.

Le direttive dei pediatri americani  sono di certo autorevoli e scientificamente fondate, ed è per questo che, personalmente le condivido e le propongo anche a voi come un punto fermo nelle scelte che facciamo per coinvolgere in maniera sana le nuove tecnologie nella vita nostra e dei nostri figli. Ma c’è un’altra ragione per cui ve le propongo qui, e cioè che mi sembrano dettate dal buon senso.

Mi vengono in mente le parole accorate dello psicoterapeuta Jacopo Dalai, interlocutore di Marina in questo intimo incontro milanese.

“È molto triste che oggi ogni cosa di buon senso debba essere suffragata dalle neuroscienze! Qualche volta affidiamoci anche alle nostre valutazioni!”

Sono perfettamente d’accordo con lui. Ma sono anche convinta del fatto che, quando queste “nostre valutazioni” sono finalizzate a stabilire il modo in cui gestire le nuove tecnologie nell’educazione dei nostri bambini, raccogliere informazioni di carattere più “scientifico” in merito ai danni che un loro uso errato può avere nell’età evolutiva e anche durante l’adolescenza ai fini di un corretto sviluppo può tornarci davvero utile.

E, a proposito di informazioni autorevoli e scientificamente fondate, spero che presto Jacopo Dalai, membro fondatore della cooperativa Nivalis,  vorrà parlarci anche qui, sul nostro blog, di tutti gli effetti – alcuni positivi, altri molto negativi – che l’attuale tendenza nell’uso delle nuove tecnologie sta avendo sullo sviluppo dei nostri figli e sugli equilibri delle nostre famiglie, nonché della società in cui viviamo.

Lo spero perché credo sia sempre il momento giusto per riflettere sugli effetti che un uso indiscriminato delle nuove tecnologie può avere sui nostri giovani. E credo – anche – che ascoltare l’esperienza di chi con i giovani in difficoltà ci lavora quotidianamente sia il miglior modo per trasformare una condivisione basata sul buon senso in una convinzione radicata nel profondo, l’unica capace di tradursi in comportamenti quotidiani, consapevoli e costruttivi, funzionali a un futuro migliore per noi e per i nostri figli.

Rischi da uso eccessivo di nuove tecnologie: non solo radiazioni!

Quando la voce calda e decisa di Marina comincia a parlarci della “tossicità” che un uso sbagliato e precoce delle nuove tecnologie può avere sul cervello dei nostri bambini, noi, piccola platea raccolta intorno a questa neuropsicomotricista di lunga esperienza, cominciamo a interrogarci sulle preoccupazioni più note. Ed ecco che, immediatamente, spuntano fuori le onde elettromagnetiche!

Che siamo immersi in un vero e proprio “mare elettromagnetico” potenzialmente cancerogeno per il cervello, generato proprio dai tanti dispositivi digitali che ci circondano è un fatto ormai noto a tutti. Mentre le ricerche in merito si moltiplicano, anche l’Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) ci rassicura.

“Le prove disponibili non sono sufficienti per affermare che vi sia un nesso (tra cellulari e tumori al cervello n.d.r.), in particolare per quel che riguarda i cellulari di nuova generazione a basse emissioni di onde a radiofrequenza. Un lieve aumento di rischio è stato segnalato da alcuni studi solo per il neurinoma, un tumore benigno del nervo acustico.”

Tuttavia l’Airc ci dice anche che esistono degli accorgimenti per minimizzare i rischi di eccessiva esposizione alle onde elettromagnetiche.

“Nonostante ciò (ovvero l’assenza di un nesso scientificamente dimostrato tra tumori al cervello e uso dei cellulari n.d.r.) è bene prendere qualche precauzione, come evitare di utilizzare il cellulare per molte ore di seguito a diretto contatto con l’orecchio, preferendo l’uso di auricolari. Inoltre è bene non tenere l’apparecchio sul corpo (per esempio nella tasca dei pantaloni) ma riporlo nella borsa o nella giacca.”

Mi sembra chiaro: via i cellulari da tasche e orecchie! E visto che ci siamo – aggiungo io – perché non seguiamo anche altri buoni consigli che arrivano da fonti altrettanto autorevoli? Quello che preferisco è questo: spegnere il cellulare durante la notte!

Un cervello plastico con precise tappe di sviluppo: un materiale prezioso, da rispettare!

Tuttavia, quando Marina continua con la sua relazione sulla tossicità delle nuove tecnologie, mi sento un po’ ingenua ad aver pensato in primis alle onde elettromagnetiche. C’è ben altro come scoprirò ben presto.

Il potenziale di rischio per un adulto è legato principalmente alla dipendenza.”

Annuiamo tutti, probabilmente pensiamo a noi stessi e a quanto questi device siano diventati una appendice difficile da rimuovere. Ma la voce di Marina non si sofferma su questa parola, “dipendenza”, va oltre e allarga la prospettiva.

 “Per i bambini il potenziale di rischio è più alto e anche più variegato e lo è ancora di più per i bambini sotto i due anni.”

Ci predisponiamo ad ascoltare il nuovo argomento: a quanto pare le radiazioni e la dipendenza non sono le sole preoccupazioni che dobbiamo avere, né le principali, soprattutto per i più piccoli.

Scopriamo allora che il primo – brutto – rischio è quello derivante dal “sovraccarico informazionale” (information overload) veicolato da questi velocissimi, luminosi e accattivanti strumenti tecnologici. I bambini hanno una mente plastica e malleabile, di sicuro bisognosa di stimoli e di informazioni che le permettano di svilupparsi. Ma, attenzione: molti stimoli, molte informazioni non significano intelligenza più sviluppata!

“Le tappe dello sviluppo fanno sì che un bambino abbia bisogno di stimoli adeguati, non troppo alti, non troppo precoci, rispetto al suo sviluppo neuro-psico-cognitivo. Se le informazioni sono troppe, non possono essere elaborate, metabolizzate e integrate nell’apparato profondo e dunque nel bambino si genera caos e disorientamento.”

E invece la caratteristica principale delle nuove tecnologie alle quali tutti noi abbiamo un così facile accesso è proprio quella di amplificare e accelerare la velocità delle informazioni. È facile allora intuire quale può essere il risultato.

“Questa quantità di stimolazioni sensoriali, di carattere prevalentemente visivo-uditivo, è intensa e troppa.”

Bambini travestiti da adulti: un comportamento inadeguato, da evitare!

Potremmo obiettare che le nuove generazioni siano diverse. Basta guardare un bambino, anche molto piccolo, che interagisce con uno smartphone. A chi non è capitato, in una sala d’attesa, in treno, in pizzeria? Con quelle microscopiche dita sfrecciano sugli schermi touch e sfogliano, ingrandiscono, scattano, interagiscono: una capacità di uso sorprendente!

“Come se ci fossero delle modificazioni epigenetiche che, in un certo qual modo, orientano maggiormente i bambini verso l’uso dei dispositivi tecnologici e li rendono fortemente attratti da essi fin dalla nascita.”

Le parole di Daniele La Barbera che Marina ci riporta, ci fanno sorridere. Ha ragione: la sensazione che proviamo quando ci troviamo di fronte a un piccolo così è proprio di una modificazione, profonda, quasi di specie, che va quindi oltre il Dna e coinvolge la capacità di sviluppo, il comportamento, l’ambiente. Ci sembrano diversi da noi stessi alla loro età, ci sembrano più “tecnologicamente intuitivi”. Una espressione ormai nota affiora sulle nostre labbra: “nativi digitali”.

Ma ecco che la nostra relatrice cambia di nuovo marcia.

Questo fenomeno va guardato più in profondità! Da una prospettiva che scinde i due piani del comportamento e dello sviluppo: a un comportamento da adulto non corrisponde una eguale maturità di sviluppo. Ci troviamo di fronte a una “adultizzazzione parziale precoce”, per cui il bambino è sradicato dal suo naturale contesto infantile ed è spinto verso comportamenti simili a quelli degli adulti.

“Ma si tratta di comportamenti, non di una vera maturità. E non certo di una vera autonomia!”

È questo il senso dell’aggettivo “parziale”, perché a uno sviluppo cognitivo anche elevato, non corrisponde un analogo sviluppo sul piano psicologico e affettivo. Bambini travestiti da adulti, con tante informazioni ma fragili affettivamente, che, una volta adolescenti, diventano facili vittime dell’ormai noto “analfabetismo emotivo”, causa di tanti dei drammi a cui ci ha abituato la cronaca negli ultimi anni.

Cognizione ed emozione si “muovono” insieme al ritmo del gioco

Il gioco dei bambini: studio di Angela Joanna Grancagnolo

Il gioco dei bambini: studio di Angela Joanna Grancagnolo

Questa “parzialità” mi inquieta, e non poco. Mentre mi domando come si possa agire – concretamente – per lasciare allo sviluppo la sua interezza, le parole di Marina mi offrono uno spunto di riflessione interessante: il gioco dei bambini, in particolare quello motorio e manipolatorio.

 

“Lo sviluppo della mente del bambino si crea particolarmente esplorando e manipolando gli oggetti del mondo esterno. I giochi materiali aiutano lo sviluppo della mente e creano la possibilità di farsi un’idea della realtà che circonda il bambino e quindi lo sviluppo mentale e lo sviluppo psicomotorio sono due aree che, specialmente nei primi anni di vita, funzionano in parallelo, anche perché nel gioco il bambino fa esperienza di sé, una esperienza globale, che è cognitiva, emotiva, relazionale, motoria, quindi non c’è la separatezza che si ha di fronte ai device. Il gioco manipolatorio vero è una occasione in cui il bambino è intero e, se fatto insieme ad altri, è anche l’occasione in cui il piccolo ha modo di relazionarsi con quegli altri e con se stesso.”

Nella mia mente prendono forma tutte le immagini che ho avuto la fortuna di raccogliere osservando mia figlia e i suoi piccoli amici. Torna il ricordo di manine che si muovono, non per “touch-are” uno schermo e avere facili gratificazioni con un “clic”, bensì per “toccare” materiali, per mimare gesti, per costruire, per inventare, impegnandosi, facendo fatica, da soli o in compagnia, e così vivere una esperienza reale, concreta in cui corpo e mente si muovono insieme, al ritmo del gioco, verso l’autonomia di uno sviluppo “intero”.

Niente schermi davanti allo sguardo di mamma e papà

E visto che stiamo parlando di ricordi, mi ricordo di quando una mia vecchia e saggia zia, vent’anni fa, alleviò con un gesto e poche parole il mio rammarico per aver dimenticato la macchina fotografica e non poter così immortalare quel mare perso nell’orizzonte che stavamo ammirando insieme.

– Francesca – mi disse battendosi un indice sulla tempia – le foto più belle sono quelle che scatti qui dentro! –

Condivido questo ricordo qui con voi perché mi fa pensare a una cosa, un obiettivo, un intento: quando osserverò mia figlia giocare, quando lei sentirà il bisogno e si girerà a guardarmi per cercarmi e cercare in me se stessa, mai e poi mai frapporrò uno schermo nella connessione tra le nostre menti! Certo, avrò meno foto, forse nessun video da scaricare e da “condividere” con amici e parenti, ma potrò raccontare le immagini che ho qui dentro… e ora, mi sto mettendo una mano sul cuore.

Perché la vera connessione umana è live non online. Ed è lo stimolo, l’eredità più grande che noi adulti possiamo offrire ai nostri piccoli, affinché possano vivere anche il mondo virtuale come una opportunità e mai una alternativa.

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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