La felicità è tanto dolce da stregare

Proposta di laboratorio da svolgere con i bambini: accendi e spegni per imparare a gestire la felicità

“…dire che la felicità è il bene supremo è, manifestamente, un’affermazione su cui c’è completo accordo.”

Aristotele, nella sua Etica Nicomachea, rifletteva a lungo sulla felicità, nel tentativo di stabilire “cosa essa è”. E, spaziando tra concetti come il bene, la virtù, il fine, affermava che – la felicità – “la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista d’altro”.

Dopo più di due millenni, sono abbastanza certa che la maggior parte di noi sarebbe ancora d’accordo. Come all’epoca di Aristotele, gli strumenti per raggiungere la felicità e gli obiettivi con cui la identifichiamo possono essere diversi per ciascuno di noi, ma di sicuro questa emozione così bella e coinvolgente è al centro dei nostri pensieri e la scegliamo “sempre per se stessa”, perché ci fa sentire bene, ci fa sentire… come dire?… felici!

La felicità è una emozione come le altre, da vivere e gestire

La felicità ci fa brillare, ci fa espandere, si combina con il piacere, la soddisfazione, l’orgoglio. La felicità può stregare. Proprio come accade a Verdolina quando ascolta per la prima volta la risata magica della luna. Eppure, innanzitutto, la felicità è un’emozione e, come le altre, ha una sua intensità, che va accolta e gestita nella maniera migliore, cioè senza che sfoci nell’eccesso.

“Anche la felicità è travolgente. Ci impressiona meno perché è positiva, però il bambino ha lo stesso bisogno di avere un esempio, una guida, un contenimento e un suggerimento sul nome da dare a quell’emozione e su come viverla.”

Con queste parole, nella conversazione intorno al tema dell’esempio, che nel mese di ottobre abbiamo pubblicato sul nostro blog, Elisabetta Rossini ed Elena Urso rispondevano a una mia domanda sulla necessità di insegnare ai piccoli a gestire le emozioni, tutte, anche quelle belle.

Del resto, il tema del “controllo” è strettamente connesso a quello delle emozioni. Come ci dice David Goleman nel suo Intelligenza emotiva, “una buona padronanza di sé… è una virtù elogiata fin dai tempi di Platone”. Dove con “padronanza di sé” intende quella che gli antichi romani chiamavano temperantia, la “moderazione”, e nello specifico “la capacità di frenare gli eccessi emozionali”, di raggiungere l’equilibrio nel vivere le emozioni, senza sopprimerle.

Verdolina “stregata” dalla felicità

Alla fine del terzo capitolo, abbiamo lasciato la nostra Verdolina cosparsa di entusiasmo, mentre ammirava la sua stoffa decorata dalle originalissime “impronte artistiche” di mamma serpente e dei suoi serpentelli. Nel voltare pagina sul quarto capitolo, ci accorgiamo immediatamente che il viaggio della nostra amica verde sta continuando nella direzione del piacere. Quello che nasce dallo stupore della scoperta e che la porterà, in un crescendo senza soluzione di continuità, verso dei picchi emotivi dal sapore quasi magico.

Di fronte alla bellezza del suo primo tramonto, ammirato mentre nuota nel cielo insieme al Vento, Verdolina si sente così avvolta dalla felicità da desiderare, proprio come accade a tutti noi, di espanderla al mondo intero. E, così, canta! Canta in rima, al cielo, alle nuvole, allo sbalordito Vento, la sua gioia. Non sa che l’emozione provata in quel momento è solo un assaggio di una felicità ancora più coinvolgente e totalizzante. Quella che proverà di lì a poco al suo incontro con un nuovo personaggio straordinario: la Luna.

Splendente come un magnifico punto di luce nel blu della notte, questa vecchia amica del Vento ha un grande potere, o “talento” come ama definirlo lei stessa, con la sua risata riesce a rilassare gli altri e a renderli felici, a tal punto da trasportarli in un mondo di sogno e di distacco dalla realtà. Una esperienza unica, nella quale la giovane Verdolina viene inconsapevolmente coinvolta quando sente la Luna ridere per la prima volta: la dolcezza della felicità la avvolge e la travolge, conducendola in un mondo ovattato dal quale il Vento riesce faticosamente a tirarla fuori con non poca insistenza.

“Avrei dovuto preparati alla risata della Luna!” Le spiega appena la sua verde amica ritorna con “gli angoli sulla terra”. Capiamo così che il Vento non vuole farle un dispetto o una forzatura, tra le sue intenzioni non c’è quella di sopprimere una emozione che Verdolina sta provando. C’è invece una precisa volontà di aiutarla a controllare l’intensità con cui la sta avvolgendo, perché anche se è dolce, bella, positiva, rischia di travolgerla, di proiettarla in un mondo lontano da cui può risultare difficile uscire e a cui si può desiderare di tornare con ogni mezzo.

Emozioni travolgenti: il lato oscuro della felicità

Come sappiamo bene tutti, anche solo intuitivamente, ricorrere “a ogni mezzo” per raggiungere un obiettivo, seppure positivo, può portare a risultati disastrosi, per noi stessi e per gli altri, perché “esistono due facce di ogni storia” e “la felicità non fa eccezione”.

Nel suo saggio del 2011, A dark side of happiness? How, When, and Why Happiness Is Not Always Good, June Gruber, psicologa e ricercatrice dell’Università del Colorado, ce lo spiega molto bene: esiste un “lato oscuro” anche nella felicità. E una affermazione così forte non nasce certo da un suo rifiuto personale delle emozioni positive. Ha origine invece dai suoi studi sui “positive emotion disturbance”.

Incredibile? No, non lo è. Esistono davvero dei disturbi legati alle emozioni positive. La Gruber, sulla base di evidenze scientifiche, dimostra che, superata una certa soglia critica, anche i benefici per la salute che la scienza associa, correttamente, a un giusto grado di felicità – come la predisposizione a creare legami sociali, il potenziamento del pensiero positivo e la resistenza fisica ai fattori di stress –  si dileguano. A tal punto che gradi estremi di felicità possono essere associati non solo a una minore capacità creativa, ma addirittura a comportamenti ostili o negativi, che vanno dalla propensione alle dipendenze fino alla malattia mentale.

Anche la felicità va contenuta

Spero di non avervi spaventato! Non vorrei certo aver suggerito l’idea che la felicità sia pericolosa. Mi farebbe piacere invece se quello che vi ho raccontato dello studio di June Gruber suscitasse anche in voi, così come ha fatto in me, una riflessione in merito alla necessità di “gestire le emozioni”, “controllarle”, senza restare in loro balia.

A dire il vero, personalmente, trovo molto più facile applicare questi verbi alla paura, alla rabbia, o a stati d’animo come l’ansia, perché quando invece penso alla felicità, al piacere, i termini che emergono dal mio personale vocabolario sono “travolgere”, “abbandonarsi”, “lasciarsi andare”. Termini dai significati positivi, che in qualche modo escludono il concetto stesso di controllo e di gestione.

E invece, i “sequestri neurali” – per intenderci: quelli che se innescati dalla rabbia possono portare anche a efferati omicidi – di cui ci parla Daniel Goleman, possono avvenire anche a causa di emozioni considerate “positive”, com’è accaduto per esempio alla moglie del pattinatore Dan Jansen, che, sopraffatta dalla felicità e dall’eccitazione per l’oro olimpico conquistato dal marito, dovette ricorrere all’aiuto dei medici a bordo pista (vi consiglio di leggerlo questo capitolo di Intelligenza emotiva: Anatomia di un “sequestro” emozionale, Bur 2016).

Si tratta di casi estremi naturalmente, in qualche modo eclatanti, ma, senza dover andare molto lontano, per capire in che modo una emozione, anche positiva, può prendere il sopravvento, basta soffermarci su tutti quei casi in cui la felicità provoca svenimenti, tremori, malori di vario genere, ipereccitazione, ha cioè un grado di intensità che fa perdere il controllo proprio come accade a Verdolina quando sente la risata della Luna.

La soglia critica della felicità è difficile da vedere

E questa è la teoria (solo un po’ a dire il vero, ci sarebbe davvero tanto altro da dire). Ma, mentre guardo il grafico di June Gruber con tanto di curve che vanno su e giù da soglie critiche, mi dico che noi persone non siamo grafici, e stabilire quando quella curva felicemente in salita ha raggiunto quella pericolosa soglia critica non è affatto facile.

Da un certo punto di vista, se avessimo delle spie luminose sulla testa che lampeggiassero in caso di emergenza da emozioni troppo forti, sarebbe più facile riuscire a controllarle, forse. Ma spie sulla testa non ne ho mai viste a nessuno, e invece più mi guardo intorno e osservo le persone più vedo sfumature di reazioni, di sensazioni, di gradi, di combinazioni, più mi convinco che imparare a riconoscere le emozioni, a distinguerle a gestirle è davvero complesso.

L’impegno di Occhicielo nell’educazione emotiva

E allora torno  all’educazione emotiva e all’impegno che noi di Occhicielo profondiamo in questo progetto, tanto da voler continuare con il nuovo titolo A volte mi sento… inondare di emozioni. Ritorno all’importanza del dialogare sulle emozioni con i nostri piccoli, ritorno all’aiuto che l’arte e le storie possono darci per riflettere sul legame tra cognizione ed emozione. Ritorno al ruolo di noi adulti nello sviluppo dell’identità dei nostri piccoli. Ritorno a quello che voglio proporvi qui: un’attività per riflettere su quanto può essere bello accogliere la felicità e abbandonarvisi senza perdere il controllo e vivendola “per ciò che si deve e con chi si deve, ed inoltre come e quando e per quanto tempo si deve”.

Vi ricordano qualcosa queste parole? Aristotele le scrive nell’Etica Nicomachea mentre parla di ira. Credo che si applichino bene a tutte le emozioni, proprio come ci fa notare June Gruber. Se vi va di provare a metterle in pratica con noi di Occhicielo, vi invito a sperimentare il laboratorio che potete scaricare qui di seguito.

Scarica gratuitamente il nuovo laboratorio di Verdolina

L’ho chiamato Accendi e spegni, perché la felicità, come un interruttore, può farci accendere e poi spegnere. E allora può tornare utile esercitarsi a usarlo bene questo interruttore, affinché la lampadina non rischi di surriscaldarsi per la troppa energia o di rompersi per il mancato utilizzo.

Scaricatelo gratuitamente dal link qui sotto e giocate ad accendervi e spegnervi con i vostri bambini.

Felice divertimento!

Scarica il laboratorio Accendi e Spegni

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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