Arte attraverso i sensi per educare alle emozioni e all’inclusione

La psicoterapeuta Filomena Izzi racconta l’esperienza con i ragazzi non vedenti della Fondazione Sinapsi

Questa è la storia di una fondazione che viveva in una sede non tanto grande né tanto piccola, in un paese non tanto grande né tanto piccolo di nome Cava de’ Tirreni.

L’incipit di Verdolina scopre il mondo mi piace sempre, da quando l’ho scritto per la prima volta. Così ho deciso di usarlo anche in questa occasione per raccontarvi di un’altra cosa che mi piace, cioè di arte, soprattutto quando si rivela uno strumento formidabile per suscitare, risvegliare e comprendere le emozioni, e non solo quando abbiamo la possibilità di ammirarla con i nostri occhi, ma anche quando la sperimentiamo attraverso gli altri sensi.

Se poi gli altri sensi di cui parliamo sono “vicarianti” di uno che non funziona al meglio o che non funziona affatto – cioè lavorano al suo posto o per compensarlo – la prospettiva che l’arte ci può aprire sulla sfera emotiva è davvero straordinaria.

“Straordinario” vi sembra un aggettivo esagerato e iperbolico? Se leggerete quello che ci racconta la psicoterapeuta Milena Izzi della sua esperienza di arte condivisa con i ragazzi ipovedenti della Fondazione Sinapsi, sarete d’accordo con me che “straordinario” è l’unico aggettivo possibile.

Il racconto di Milena: arte e psicologia si fondono per educare alle emozioni

La mia infanzia è stata caratterizzata da uno stretto rapporto con l’arte. Spesso i miei giochi erano mescolare i colori sulle tele, costruire delle figure con l’argilla, usare i pennelli su fogli colorati. In un certo senso, potrei dire che l’arte l’ho “respirata” fin dal primo momento. Del resto, credo che non sarebbe potuto accadermi nulla di diverso in una casa in cui la passione e il talento artistico di mio padre pervadevano ogni stanza.

Da adulta, il trasporto che nutro verso l’arte mi ha fatto sempre apparire il mio lavoro di psicoterapeuta un po’ incompleto: nel senso che continuavo a cercare un modo per fondere i due mondi dell’arte e della psicologia, già un tutt’uno nella mia sfera personale.

Finalmente, una sera del 2012, durante una conversazione con il maestro Pietro Lista, l’idea da sempre dentro di me in una forma sfumata ha cominciato a delinearsi più chiaramente, fin quando non ha preso le sembianze di quello che oggi, noi della Fondazione Sinapsi, chiamiamo “Laboratorio di psicologia della percezione”.

Arte da godere attraverso i sensi: primi passi verso il laboratorio

Il primo passo, naturalmente, è stato partire dalle “nostre” persone, quelle cioè di cui la Fondazione si occupa da anni, con lo scopo di favorirne e migliorarne l’inclusione sociale, e cioè i minori con disabilità visiva.

Quello immediatamente successivo, invece, compiuto in équipe con lo stesso maestro Pietro Lista, con il professore di storia dell’arte Giovanni De Caro e con la mia collega assistente sociale Cinzia D’Agostino, è stato tracciare un percorso che avesse come riferimento teorico la Psicologia della percezione e il concetto secondo cui anche per le persone non vedenti è possibile la costruzione di una immagine mentale che richiami ricordi ed emozioni indelebili nel loro mondo.

Così siamo partiti da una domanda fondamentale: come trovare una via per far produrre ai ragazzi non vedenti delle opere d’arte e poi goderne appieno attraverso i sensi vicarianti?

Il tatto, via maestra dell’arte verso il cuore

Nel cercare una risposta, è emerso in maniera molto naturale dai miei ricordi di studio quello legato alla corrente del Tattilismo, da cui sono stata sempre molto incuriosita. Nello specifico, mi è immediatamente tornata in mente la lettura del Manifesto pubblicato da Marinetti nel 1921, che in questa occasione mi ha fatto riflettere su come le persone non vedenti possano apprezzare il piacere estetico in primo luogo attraverso il tatto.

Sulla scia di questa suggestione, abbiamo definito il taglio da dare al laboratorio: il senso vicariante che avremmo coinvolto in maniera dominante sarebbe stato proprio il tatto, e lo avremmo fatto attraverso un materiale da plasmare in immagini che fossero mentali e visive allo stesso tempo.

L’obiettivo voleva essere produrre un’arte che suscitasse emozioni senza dover necessariamente passare attraverso gli occhi, diventando un’esperienza condivisa per persone normo e ipo vedenti, capace di favorire un dialogo tra due mondi che di frequente faticano a comprendersi.

Primo contatto con la creta: una esplosione emotiva

Quando, dopo tanta progettazione, nel maggio 2012, arrivò il momento della pratica, mentre il maestro Lista e il professore De Caro preparavano delle cornici lignee per delineare i contorni entro i quali i ragazzi potessero modellare l’argilla, io predisposi la cornice in cui raccogliere le emozioni che aleggiavano, pronte a emergere: con quaderno e penna mi apprestai a riempire il nostro diario di bordo, il vero racconto di questo percorso tra psicologia e arte.  

Modellare la creta

Le prime reazioni stupirono tutti, a cominciare da noi organizzatori. Niente della frustrazione e del disinteresse che avevamo temuto fece capolino, ma solo curiosità e sorpresa, innanzitutto verso gli arnesi che i maestri misero a disposizione dei ragazzi. Martelli per argilla, bacchette per modellare, ferri per incidere rappresentavano oggetti sconosciuti per tutti e, quindi, già da soli erano una scoperta.

Ma le sorprese serie – non solo per i ragazzi questa volta – cominciarono con l’entrata in scena della creta.

In particolare ricordo che un ragazzo, nell’incidere la creta e nell’esplorare con le mani le forme che aveva prodotto, espresse subito al gruppo tutto il suo compiacimento e tutta la sua soddisfazione.

Approfittai allora dell’occasione per esplorare meglio la dimensione psicologica e gli chiesi di chiarire ciò che stava provando in quel momento, sia per fare in modo che avesse una elaborazione emotiva più profonda sia – e soprattutto – per favorire la condivisione con gli altri.

Credo infatti che l’aspetto più importante del progetto sia stato proprio far emergere, in ciascun incontro, il dialogo di gruppo, lasciando spazio ai ragazzi per esprimere ciò che provavano rispetto al materiale che utilizzavano e alle memorie che i loro racconti andavano a smuovere.

Anche le “emozioni negative” richiamano attenzione

Non mancò, però, anche una reazione meno piacevole e, precisamente, il disgusto mostrato da uno dei ragazzi al primo contatto con quel materiale un po’ viscido e molle. Mi fu subito chiaro che, nonostante tutte le riflessioni teoriche fatte in fase di progettazione su tecniche e materiali e risvolti psicologici e tanto altro ancora, la dimensione edonistica avrebbe giocato un ruolo molto forte.

La sensazione dell’argilla sulle mani aveva innescato in quel ragazzo dei cortocircuiti che avevano attivato dei ricordi spiacevoli e negativi: il rifiuto di modellare si concretizzò subito dopo. Fu però questo il momento più interessante sul piano del dialogo, perché il disgusto di quel momento era anche il ricordo di un disgusto, associato a una situazione di disagio del passato.

Il ragazzo infatti ci spiegò che quando era più piccolo, toccando un materiale con la stessa consistenza della creta, aveva provato subito una ripugnanza che gli aveva suscitato il bisogno di pulirsi e di evitare un nuovo contatto. Probabilmente questa emozione aveva suscitato in lui una forma di resistenza o di vera e propria paura, che il contatto con la creta aveva fatto riemergere violentemente, portando delle emozioni negative del passato ad avere il sopravvento anche in una situazione nuova.

Cercammo allora di trovare un modo per aiutarlo a liberarsene attraverso la nuova esperienza che stava facendo e, allo stesso tempo, per permettergli di godersi l’esperienza stessa senza precludersela a causa di un’emozione non gestita. Gli proponemmo di incidere l’argilla con dei legnetti e un martello specifico, che in questo modo divennero per lui degli strumenti utili non solo a produrre la sua opera d’arte, ma anche a dominare le antiche paure e allontanarle.

Mentre lo guardavo lavorare alla sua creazione mi fu chiaro un fatto: i miei due mondi si erano uniti, l’arte era al servizio della psicologia e viceversa.

Modellare le emozioni: non solo creta, ma anche colore

Forti dei risultati emozionanti di questo primo laboratorio, i primi passi verso un’arte da godere attraverso i sensi si sono trasformati in un percorso che continua ancora oggi.

I giovani artisti coinvolti sono divenuti numerosi e così anche gli incontri, che si sono susseguiti a cadenza regolare e trasformati in occasioni per sperimentare nuove tecniche e nuovi materiali: fogli di rame da sbalzare e incidere con punteruoli, legni da assemblare in diverse forme, sagome geometriche all’interno delle quali colorare.

i colori delle emozioniEbbene sì, colorare. Lo so, può sembrare strano che parli di colore in relazione a delle persone che non vedono. Avevo sempre pensato che proprio il colore rappresentasse il più grande limite per loro, ma mi sono ricreduta subito quando ho visto ciascuno dei nostri ragazzi scegliere il proprio per la sua opera. Questo straordinario risultato è stato possibile grazie alla tecnica delle sinestesie, cioè grazie all’associazione di ciascun colore a una tessera tattile con diverse texture (rosso-liscio o blu-ruvido), a un richiamo verbale e tattile di elementi naturali (verde-erba), a un’emozione (rosso-affetto) o a un gesto (rosso-abbraccio) a sensazioni olfattive (giallo-limone).

Insomma, in assenza della vista, tutti gli altri sensi hanno permesso ai ragazzi di scegliere il proprio colore, che ha reso ancora più unica la loro opera d’arte, li ha aiutati a esprimere stati emotivi diversi e, attraverso il racconto condiviso, ha contribuito a creare un’atmosfera di gruppo.

Arte ed emozioni: territori ancora da esplorare

Oggi, dopo circa cinque anni dall’inizio di questo progetto, le opere realizzate dai ragazzi che vi hanno preso parte sono state esposte in Italia e all’estero e hanno vinto tre premi: due ai “giovani artisti” alla Biennale Art Senses e un altro, nel 2016, consegnato dalla Sacred Art School di Firenze.

emozioni nella cretaGrandi soddisfazioni per loro, ma ancora più grandi possibilità per noi coinvolti in questo stimolante percorso, soprattutto quella di diffondere una cultura dell’arte intesa come capacità di emozionare, di conoscersi meglio, di offrire a tutti il “diritto alla bellezza” e di educare alle emozioni.

“Arte è ciò che tramite istinto e mente riusciamo a percepire oltre ogni canone.”

Questa frase di Pablo Picasso mi ispira ogni volta che mi accingo a partecipare a uno dei laboratori di psicologia della percezione e mi fa concentrare su quello che ritengo sia l’obiettivo principale: mettere i ragazzi nella condizione di immaginare, associare, comprendere e produrre opere artistiche senza schemi prefissati lasciando fluire ciò che la mente, il cuore, la memoria elaborano. Per parlarne, per comprenderlo, per riviverlo e, laddove è necessario, per superarlo.

I territori da esplorare in questa direzione sono ancora tanti. Tra questi, mi è particolarmente caro quello che vedrà i ragazzi non vedenti diventare tutor per artisti in formazione. È questo l’obiettivo perseguito nel laboratorio che attualmente stiamo svolgendo.

Seguendo la scia di quanto accaduto in questi anni e volendo alimentare le emozioni di orgoglio e soddisfazione emerse tra i ragazzi che hanno condiviso con noi questa esperienza, abbiamo assegnato a due degli artisti che hanno iniziato il percorso nel 2012 il ruolo di tutor per due nuovi e più giovani acquisti del gruppo. I grandi guideranno i piccoli verso la conoscenza delle tecniche imparate in questi anni e verso una educazione all’arte e all’estetica intese anche come tramite per conoscere meglio il proprio mondo affettivo.

L’arte come strumento per educare alle emozioni in classe

Un altro capitolo si aprirà poi quando il Laboratorio di psicologia della percezione approderà nelle classi, dove vuole porsi come strumento di inclusione e di condivisione intorno alle emozioni che tanta parte hanno nella crescita e nello sviluppo di ciascuno di noi.

Ma questa è un’altra storia che merita uno spazio tutto per sé. Ve la racconterò un’altra volta.

 

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Di più sull'autore

“Perché sono nato?” È questa La grande domanda che si pone Wolf Erlbruch. La risposta che ho trovato per me è: per vivere e condividere emozioni. Ho scoperto che non c’è strumento migliore delle parole per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Forse è per questo che le ho scelte per la mia professione. Tra le parole vivo, tra le parole lavoro, tra le parole navigo. Per scoprire, per trasmettere, per raccontare e aiutare a raccontare, esperienze, saperi e storie.

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